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schizzi e scazzi di finanza e dintorni


Diario


28 maggio 2008

CHI HA IL CORAGGIO DI DIRE....

......a costui che prendere ad esempio una fattispecie assolutamente residuale come una gravidanza a seguito di uno stupro per portare giustificazioni a quell'omicidio definito aborto è indice di un cervello a mezzo servizio?

Chi oserà poi dirgli che parificare addirittura quella fattispecie con lo schifo perpetrato a Napoli ai danni di un bambino eliminato solo perché forse avrebbe sviluppato una sindrome da niente induce a dubitare pure di quel mezzo servizio?

Chi ardirà informarlo che comunque anche nei casi di gravidanza causate da stupri uccidere il bambino significa fargli pagare la colpa del padre (il quale se preso peraltro al massimo si fa una villeggiatura di qualche anno a spese dei contribuenti, mentre quel bambino, che non ha fatto niente e che è egli stesso una vittima, viene fatto fuori)?

Cos'è, l'evoluzione della legge del taglione?

Bah!


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19 maggio 2008

GLI SCAMPATI

Vi propongo una carrellata fotografica di alcuni dei pochi sopravvissuti alla soluzione finale (il termine usato dal Ministero della Verità è "aborto terapeutico") escogitata dai perfetti rappresentanti della società fondata sulla "merda espansa", per il loro bene ovviamente.

Eh sì, perché per i sopracitati rappresentanti finire in un contenitore recante la scritta "rifiuti speciali ospedalieri" prima ancora di vedere la luce è sempre preferibile ad una vita difficile. A patto che si tratti della vita di qualcun altro però!
Dev'essere per questo che non consultano mai i feti prima di procedere a vivisezionarli.

Colgo l'occasione per rinnovare i più sentiti auguri di atroci sofferenze e progressive a tutti i pezzi di merda attori e complici e sostenitori dell'Olocausto contemporaneo.

Mentre di fronte a quelle mamme non posso far altro che inchinarmi, perché parole per esprimer loro la mia sconfinata ammirazione non ne ho trovate.

(i crediti sono tutti per l'ingegnere)


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1 maggio 2008

SANDRA, E' UN ALIBI DEL CAZZO

Di questo pezzo di Carioti condivido pure gli spazi tra le parole.

Se uno ritiene di non poter occuparsi di un figlio, deve stare attento a non crearlo.
E non è per niente difficile, starci attenti!

Se non ci sta attento, può tranquillamente farlo nascere e darlo in adozione.
Portare a termine una gravidanza non costa niente in termini economici, e non molto per tutto il resto.

Se poi una persona (o meglio, due, visto che il marito c'è, anche se sembra totalmente impegnato nella ricerca delle sue palle), ciò nonostante, ritiene comunque di dover compiere il supremo "altruismo" di far fuori suo figlio per risparmiargli la punizione di esistere (e non si capisce perché non prenda invece lei commiato da questa vita di merda), l'assassino di suo figlio quella persona lo incontra ogni giorno guardandosi allo specchio. Smetta pure di cercarlo nella "società"!

Se infine questa persona definisce implicitamente "egoisti" coloro che nelle sue stesse condizioni economiche, o in condizioni addirittura peggiori (tipo il sottoscritto quando undici anni fa attendeva il primogenito), non solo il figlio lo hanno fatto nascere, ma lo hanno pure cresciuto facendosì un mazzo così, ebbene, non se ne abbia a male se viene proprio mandata a cagare!


16 aprile 2008

LA PREGHIERA DEL SENZA NOME

Scusate il disturbo.

Vi ruberò solo un attimo.

Vorrei presentarmi, ma non ho un nome.

Non ho neppure un corpo, ma quello per un breve tempo l’ebbi.

Mi fu portato via, insieme a tutto il resto, prima che vedessi la luce.

Vissi nondimeno, ma mi concessero solo brevi momenti.

Incarnato in un ventre di donna, aspettavo di avere ciò che era mio, già mio.

Attendevo amore e pazienza e giochi, attendevo il mio cammino sul dolce pianeta,

Attendevo qualcuno che mi chiamasse con il mio nome.

Ebbi invece solo le attenzioni di una fredda lama. E fu terribile!

Non emisi gemiti, ricordo l’agghiacciante fitta che mi sezionava,

Ma i miei sogni interrotti non ebbero lamenti.

Me ne andai come vollero gli assassini, senza traccia.

Non c’è un nome a popolare l’abisso della loro coscienza.

Mi portarono via tutto, dopo un processo in cui il Boia aveva lo stesso volto del Giudice.

Il mio corpo, la mia vita, il mio nome.

Non ci fu accusa, né difesa, non c’era alcuna colpa se non la loro.

Pagai per quella, e pagai in silenzio, per una loro maggiore comodità.

Fu facile, si sbrigarono in fretta gli assassini. Neanche un pezzetto di terra consacrata.

L’immondizia per un rifiuto con l’anima.

Si presero tutto, così. Tutto quello che era mio.

E continuarono la loro vita, nell’illusione che fossero ancora degli uomini o delle donne.

Niente nomi a cui nessuno più rispondeva, niente corpi occultati in fosse comuni,

Niente campi emananti l’odore dello sterminio.

L’oblio del genocidio perfetto a cullare la mala coscienza degli ipocriti.

Furono tutti quello che io ero, ma pretesero che fossi niente.

La bestemmia finale del mezzo angelo ribelle.

Sto per finire, non temete. Non turberò oltre il vostro silenzio.

Ero venuto solo per chiedervi un pensiero, almeno un pensiero, ogni tanto.

Un pensiero distratto, una preghiera smozzicata magari.

Non abbiamo un nome, basterà per tutti, per le centinaia di milioni di miei fratelli e sorelle.

(se sapeste, quante sorelle!)

I miei assassini, la donna che avrei chiamato madre, sono già affidati,

A Colei dianzi a cui non fuor cose create.

Verrà alla fine la Straniera, avrà i miei occhi, quelli che non videro,

E le sue domande ineludibili li riveleranno macchiati del sangue dei loro figli.

Li abbatterà allora con indicibile strazio l’Orrore senza riparo, né conforto.

Sarà un attimo, un solo attimo.

Ma fuori dal Tempo non vi è differenza tra un Attimo e l’Eternità.


Cosa diavolo pensavate che fosse l'Inferno!??


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9 aprile 2008

OMMINI, OMMINICCHI E QUAQQUARAQUA'

Cara Rosy Bindi, a Firenze lei ha dichiarato che due libertà sono in conflitto, quella di abortire e quella di obiettare. Non so se sia una verità cattolica, e ne dubito, ma so che non è giusto da un punto di vista laico. Al solo scopo di combattere l’orrendo fenomeno dell’aborto clandestino, e non come mezzo di controllo delle nascite, la legge italiana 194 concede dal 1978 la possibilità di interrompere volontariamente la gravidanza, a certe condizioni e soltanto nelle strutture pubbliche. Non esiste una generica libertà di aborto. Che un ex ministro della Salute e della Famiglia cada in un simile lapsus, omaggiando l’idolo libertario celebrato nelle piazze in cui si lanciano in suo onore sedie, fumogeni, pomodori e uova, è la conferma del fatto che l’aborto è diventato una convenzione moralmente indifferente e che negli ultimi trent’anni siamo scivolati in una cultura oscurantista, primitiva e barbarica. Ci rifletta laicamente, onorevole Bindi, visto che per umanità, per cultura e per fede con quella cultura lei non ha o non dovrebbe avere niente da spartire. Senza rancore.

Caro giornalista collettivo, dovresti imparare a distinguere, nei testi e nei titoli, in modo tale da perfezionare la tua padronanza della lingua. “Ferrara contestato anche a Palermo” è un errore blu. Contestare significa criticare, irridere, fischiare, controargomentare, incalzare, rigettare, anche dileggiare, obiettare rumorosamente, insomma rompere i coglioni a uno che dice una cosa sgradita. Da Bologna in avanti il titolo giusto è: “Comizio elettorale aggredito a …”. Domanda al bravissimo Michele Smargiassi di Repubblica, sulla cui testa è caduta una sedia nel corso di un tentativo di linciaggio, se si senta contestato. Domanda, caro giornalista collettivo, agli agenti che hanno ricevuto due bottiglie piene sul vetro anteriore della loro blindata, che ne è risultato scheggiato, se si sentano contestati. Domanda a Aldo Cazzullo del Corriere come si è sentito quel giorno ristretto in quell’Alfetta. E poi usa il termine che credi. Scemino.

Giuliano Ferrara




Avvistati gruppi di "zugaminchia" a Palermo, dove il vescovo ha preferito all'Imitatione Christi l'Imitatione Pilati


E’ cominciata senza proteste violente la seconda giornata del tour siciliano della lista “Aborto? No, grazie”. Poi, a Palermo, il lancio di uova e di ortaggi. “Non hanno voluto essere secondi a Bologna”, dirà poi il promotore della “lista pazza”. Giuliano Ferrara ha parlato a Messina all’ora di pranzo. A colloquio con i giornalisti ha parlato del suo progetto: “La mia non è una lista ideologica. E' una lista pratica che cerca di trovare finanziamenti perché nascano più bambini. In Italia non nascono più bambini a sufficienza per costruire il futuro. L'ideologia fa dell'aborto un feticcio ma, fatta salva la scelta libera delle donne, una volta liberi bisogna esercitare la responsabilità, battendosi senza quartiere contro il dilagare dell'aborto, inteso come controllo delle nascite che è contro la stessa legge 194 che invece è la legge di tutela sociale della maternità. Tutti fanno ideologia in questa campagna elettorale su cose banali come: 'Tu mi hai copiato il programma', 'Tu sei più vecchio di me', 'Le schede sono fatte male', io pongo una questione pratica: difendiamo e promuoviamo la vita umana in un'epoca in cui viene disumanizzata. Quando saremo eletti promuoveremo la cultura della vita con un piano nazionale per la vita" cui dovrebbe essere destinato lo 0,5 per cento del pil. "In occidente – ha continuato – un miliardo di aborti negli ultimi trent'anni, vuol dire un aborto al secondo, 50 milioni l'anno. Vuol dire che abiamo sostituito la cura della malattia con l'eliminazione del malato". Nel pomeriggio l’Elefantino si è spostato a Palermo, dove secondo programma avrebbe dovuto parlare presso l’auditorium della chiesa di S. Salvatore. La curia, però, dopo le minacce di proteste violente arrivate dai gruppi delle femministe e dei centri sociali del capoluogo siciliano, non ha più concesso i locali. Giuseppe Sottile, capolista sull’isola per la lista pro life, ha detto che "la chiesa era stata concessa regolarmente e fino a ieri mattina i funzionari della Questura avevano eseguito tutti i rilievi per garantire la sicurezza. Era tutto predisposto, tanto è vero che era stato perfino sistemato il palchetto. Poi, questa mattina, monsignor Cuttitta ha letto i giornali in cui si parlava delle annunciate contromanifestazioni e si è fatto intimidire da questi quattro straccioni. Così si è terrorizzato e ha disposto di sprangare la chiesa del Santissimo Salvatore. Un tempo la chiesa apriva le porte per dare rifugio agli inseguiti, ai perseguitati, a chiunque avesse fame e sete di giustizia e di verità”. L’incontro si è così spostato presso il teatro Nuovo Montevergini di Palermo, messo a disposizione dal sindaco Diego Cammarata. Appena giunto in città, Giuliano Ferrara ha detto che "sono cose che succedono, non è un fatto polemico. Il vescovo ha fatto bene. Voleva proteggere l'indipendenza dell'istituzione. Lo capisco, è successo anche a Mantova”. “Naturalmente – ha aggiunto – io ho una certa inclinazione verso il mio vescovo, che è il vescovo di Roma". L’arrivo al teatro del direttore del Foglio è stato salutato da un fitto lancio di uova e fumogeni da parte dei ragazzi dei centri sociali, tenuti però a distanza dalle forza dell’ordine, ringraziate da Ferrara durante il comizio: “Difendono la democrazia”. Quella subita all’ingresso del teatro, l’ennesima, “non è infatti stata una contestazione, ma un’aggressione”, ha aggiunto Ferrara. Al lancio di uova e pomodori proseguito quando il numeroso pubblico ha lasciato il teatro al termine dell’incontro, i sostenitori della “lista pazza” hanno risposto con fiori. Cori e striscioni già visti da parte dei contestatori: “Vergogna” e “La 194 non si tocca” in cima alla lista. Durante l’incontro Giuliano Ferrara ha detto che “mi aspetto di portare alla Camera 20-25 deputati che avranno come missione quella di lanciare un grande piano nazionale di aiuto alla vita. E penso di riuscirci”. Lista monotematica? Di fronte "a tante liste che sembrano un'insalata, la nostra ha un sapore chiaro", ha detto l’Elefantino prima di uscire da una porta laterale per evitare scontri con i lanciatori di uova.

Piero Vietti, per il Foglio


6 aprile 2008

FUMARSI IL CERVELLO NON DEVE ESSERE PROIBITO, MA FA MALE NONDIMENO

Ieri una ventina dei carenti d'affetto che hanno scambiato la vita per un accampamento in un centro sociale hanno contestato i sostenitori della Lista di Ferrara, che si batte per rendere meno comoda la strage degli innocenti moderna, al grido di "assassini, assassini!".

Sono soddisfazioni!


"La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. E' una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E' una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto".
G. K. Chesterton


OFF   TOPIC   -   Questo lo dedichiamo alla Menapace!


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4 aprile 2008

LA VERA TRAGEDIA DELL'UMANITA' POSTMODERNA

Donne con le palle

“Hanno fatto bene. Dovrebbero farlo in tutte le piazze d'Italia!”
Manuela Palermi


Uomini senza

"E' insopportabile la violenza delle parole usate da Giuliano Ferrara."
Achille Occhetto


Non c'è bisogno di insultarli oltre!


Voglio invece segnalare la quantità di parole adoperate da "Europa" per non usare la locuzione "figli di troia".

“Giovani fascisti rossi, femministe invecchiate male, circoli antagonisti solo dell'intelligenza, qualche patetico socialista. Una compagnia di scampati segue dovunque Giuliano Ferrara e ieri l’ha aggredito a Bologna. La moratoria dei deficienti, quella sì è un'utopia”

Sia chiaro che lo dico con ammirazione.

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Proiettando su di me il loro modo di ragionare, alcuni commentatori benpensanti hanno scritto e detto che le violenze di cui sono bersaglio hanno l’effetto di uno spot elettorale per la lista pazza contro l’aborto e per la vita. Mi dispiace che circoli questa stupidaggine, questa volgarità degna di una campagna elettorale e di un discorso pubblico in cui emergono da settimane segni evidenti di rimbambimento intellettuale e di ottusità morale e culturale.

Potrei moltiplicare per cento in un attimo gli effetti speciali elettorali della violenza che si riversa contro i miei discorsi mitemente ratzingeriani sulla scomparsa del buonumore e sulla brutalizzazione manipolativa della vita umana nel nostro tempo. Mi basterebbe, visto che non conosco la paura fisica, uscire dalle porte principali dei teatri in cui parlo, espormi con atteggiamento tenorile all’odio ideologico e farmi bastonare per bene. Un po’ di sangue, lo spot perfetto nella mentalità meschina e ricattatoria di certi osservatori democratici e antifascisti. Invece a me non piace il vittimismo, che è cosa diversa dal porgere l’altra guancia, e a parte un paio di pomodori rispediti ai mittenti cerco un pertugio per evitare incidenti più gravi, e collaboro con le forze dell’ordine. Io non ho odio verso le ragazzine, i ragazzini e i maschietti adulti che non sanno quello che fanno e che si fanno. Io penso che il nostro mondo laico occidentale è impazzito, fuori controllo. Penso che è impazzita Miriam Mafai, quando scrive che la mia campagna per la libera scelta contro l’aborto, l’eugenetica e la strage delle bambine in Asia spinge le donne alla pratica dell’aborto clandestino e le offende come donne. Penso che è impazzita di infelicità Lietta Tornabuoni quando scrive che il corpo di Juno sta sotto “gli occhi di pervertiti” che godono a vedere la “deformità” della sua libera gravidanza. Penso che Obama è un maghetto esorcista africano, indegno di fare il presidente degli Stati Uniti, quando dice che non è giusto “punire con un bimbo” una ragazza incorsa nell’incidente dell’amore.Penso che l’aborto di massa indifferente è un tabù e un totem ideologico di tempi violenti e scristianizzati, una parola chiave che perfino i miei candidati esitano a pronunciare con qualche salutare e amorevole mancanza di rispetto. Penso che l’abitudine alla morte in pancia vada combattuta senza quartiere, e che questa rivolta contro il nuovo totalitarismo culturale è perfino più importante del futuro di Alitalia, di Pizza e della mozzarella di bufala. Questo è il mio spot, e me ne frego dei pomodori.

P.S. Un abbraccio a sua eccellenza il vescovo Luigi Negri. Gli voglio bene.

 

Giuliano Ferrara




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2 aprile 2008

COSI' VIENE UCCISO UN BAMBINO IN ITALIA

E' proprio il caso di dirlo, a tutte le stronze sanguinarie, agli omuncoli atesticolati ed ai bastardi di razza, ai ginecologi radicalmente raccapriccianti ed ai paraguru della scccienzzza, ai nipotini di Stalin e figli di una troia che si differenziano dai nazisti solo perché amano il rosso, ai lottatori continui (e famiglia) che ancora non si tolgono dalle palle ed alle cariatidi mummificate assise sul trono di questa "grande conquista civile", ai libertari del cazzo ed a tutti i pezzi di merda che semplicemente se ne fottono:

                              G  I  U'       L  E      M  A  N  I       D  A  L  L  A       1  9  4  !!!!!


Piccola storia ignobile dell’ultimo giorno di un bambino di 14 settimane. E di come basti un maschio prepotente e un medico compiacente per interrompere in silenzio una gravidanza, violando due volte la legge 194

Giovedì di primo pomeriggio mi telefona il signor Mario, mi presenta la situazione difficile e critica di Rossana, quasi 19 anni e prenotata per un aborto la mattina dopo, venerdì. E’ alla quattordicesima settimana di gravidanza, quindi questo passerà come ‘aborto terapeutico’. Chiedo di poter parlare almeno al telefono con la ragazza. Rossana mi chiama, mi dice di non voler assolutamente avere questo figlio per le condizioni difficili in cui si trova. Vive in casa con il padre del bambino, che fa uso di stupefacenti e non vuole saperne, vuole assolutamente che lei interrompa la gravidanza. Lei ha un piccolo lavoro a tempo determinato. La sua famiglia non la sostiene affatto. Le offro subito tutto l’aiuto che possiamo: la possibilità di andare ad abitare in una piccola casa autogestita, con altre ragazze. E un sostegno economico, il solito poco-tanto che riusciamo a dare, trecento euro al mese per diciotto mesi e tutte le ‘solite cose’ di cui hanno bisogno una mamma e il suo bambino, pannolini compresi. Lei continua a farmi capire la difficoltà della sua situazione, dovuta certamente anche a una storia personale difficile. La invito per un colloquio: accetta titubante, ‘quasi’ volentieri. Ma mezz’ora dopo mi chiama ancora il signor Mario: Rossana non verrà, perché la sua datrice di lavoro non le permette di assentarsi. Domani andrà direttamente all’ospedale”.
Paola Bonzi delle donne che abortiscono si occupa da trent’anni, e adesso lo fa anche da candidata di “Aborto? No, Grazie”, ma la reazione è sempre la stessa, dolorosa. “Mi sento spettatrice di un aborto fuori legge, contro il quale sono completamente impotente. Continuo a pensarci, fino a quando mi risolvo a far contattare da un collaboratore il direttore sanitario dell’ospedale in cui Rossana si recherà, domani mattina, per chiedere che a questa ragazza venga data la possibilità di un colloquio con qualcuno in grado di valutare. I motivi della mia decisione sono chiari: certo, c’è il senso dell’ingiustizia della soppressione di una vita umana, e c’è la consapevolezza del dolore che questa ragazza dovrà sopportare dopo l’interruzione della sua gravidanza. Ma c’è anche la consapevolezza della violazione della legge 194”. E questo è un fatto. Perché Paola Bonzi, che è contro l’aborto, non la vuole abolire la 194, non questo le interessa. “Ma voglio che venga almeno applicata, questo sì. Che non venga aggirata, stravolta, violata. Come accade troppo spesso. Perché per abortire a quattordici settimane occorre un certificato di uno psicologo o di uno psichiatra, che faccia una diagnosi di un ‘grave pericolo’ per la ‘salute psichica o fisica della donna’. Io ho parlato, anche se solo per telefono, con questa ragazza e non ho risscontrato nessuno di questi motivi. Anzi, i suoi ragionamenti erano perfettamente consequenziali e la sua lucidità addirittura impressionante. Per questo ho chiesto al direttore sanitario che prima di farla abortire le si offrisse la possibilità di un colloquio che potesse valutare il ‘grave pericolo’ per la sua salute psichica o fisica”.
“Ho sperato, ma invano. Rossana ha abortito. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto il signor Mario, il giorno dopo: ‘Non ho dormito tutta la notte, pensavo a quel bambino, ancora vivo, al caldo nell’utero di sua madre e che al mattino sarebbe stato spezzettato”. Ma c’è un’altra cosa che colpisce Paola Bonzi ed è che questo aborto, quest’ultimo giorno nella vita di un bambino mai nato, è uno dei tanti aborti indifferenti di un giorno come tanti. “E fatto illegalmente, due volte in violazione della legge 194. La prima, perché la legge dice che nessuna donna può essere fatta abortire per motivi di disagio sociale o economico, e questo è proprio il caso lampante. La seconda, perché dopo quattordici settimane per abortire serve la certificazione di un ‘grave rischio’ psichico o fisico, in questo caso il certificato è stato fornito diciamo quantomeno con leggerezza. E’ questa la società che vogliamo, per i nostri figli, la società dove vince la legge del più forte?”.
Il fatto è accaduto, finito, andato. Non ci sono sirene da chiamare, streghe da cacciare, nomi da identificare, privacy di una giovane donna (“che poveretta ha già la sua sofferenza”) da violare. Pure i nomi e le date sono fantasia. Non c’è niente di tutto l’armamentario allarmista anti-lista pazza che di solito i moralmente indifferenti scatenano. Ma è una piccola storia ignobile che bisognava raccontare. Per tutte quelle che accadono, uguali, e sono tante. E Paola Bonzi lo sa. E lo sanno anche gli indifferenti.



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19 marzo 2008

A PROPOSITO DI STRONZATE

Non è per far contento Gibaryan, ma sono proprio costretto a precisare che "la fondamentale signorìa delle donne sulla vita umana" è una cretinata di dimensioni davvero imbarazzanti.

L'unica signorìa che hanno le donne (come chiunque altro) è sulla propria vita. La vita umana appartiene a ciascuno cui sia stata concessa. E quindi non c'è nessuna signorìa su quella dell'incarnato non ancora nato, da parte di chicchessìa.

Cerchiamo di evitare queste uscite "galanti".
Non per altro, ma va a finire che qualcuna ci crede pure.
E già abbiamo un sacco di stronze in giro.



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17 marzo 2008

SPIEGATEGLIELO, SE PROPRIO AVETE TEMPO DA PERDERE

Spiegate al figlio di Adriano Sofri (ma uno non bastava, benedett'Iddio?) che non avevamo bisogno di lui per sapere che l'embrione non è la stessa cosa di un bambino.
Come io non sono la stessa cosa di una donna, come un vecchio non è la stessa cosa di un adolescente, come lui non è la stessa cosa di uno intelligente.
Come ogni singolo individuo non è la stessa cosa di ogni altro, come ciascuno non è la stessa cosa di quello che era anche solo 5 anni prima.

Tutti però espressione di vita umana, nella sua variegata ma immutabile declinazione.

Spiegategli che pur essendo altra cosa rispetto ad un bambino, non per questo l'embrione diventa un asparago o un carciofo.

Spiegategli che la logica ha vomitato, leggendo il suo pezzo (lo linko via Camillo, perché la Casa non sopporterebbe il fetore di un link diretto), e la scienza si è suicidata non resistendo al dolore.

Spiegateglielo, anche se non serve a niente.
Chi ha i mezzi per capire, o la volontà di farlo, ha già capito.


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13 marzo 2008

STA A VEDERE CHE E' COLPA DI FERRARA

Napoli, bimbo ucciso perché malato. Questo fu qualche giorno fa il nostro titolo per raccontare, unici in Italia, la storia vera della morte violenta del figlio di Silvana, donna sola abbandonata dal suo maschio, accolta da un rapido certificato per aborto terapeutico causa sindrome di Klinefelter, eseguito in condizioni infernali sottoposte ad accertamento di polizia. La notizia per gli altri era l’accertamento di polizia. La sub notizia alimentata da quel mascalzone che è il giornalista collettivo, ideologo incarognito della nostra società, era l’autodeterminazione della donna violata dalla campagna terroristica di Ferrara contro l’aborto. Manifestazioni, samba femministi, tentativi di arrivare alla sede del Foglio e cha cha cha.
Poiché i fatti si accompagnano alla ragione da veri alleati, eccovi un altro titolo. Genova, bimbo ucciso per un reality. Lo racconta Repubblica, dopo il solito tentativo di attribuire chissà quali altri delitti ambientali alla nostra limpida campagna per la vita e contro l’aborto, alimentato da quel disgraziato di Bobo Craxi e dal “ministro delle Impari Opportunità di morire” Barbara Pollastrini e da altri ego collettivi molto dementi. Gente un po’ bastarda, pronta a addossare a noi la colpa di un suicidio. Tra le clienti del ginecologo suicida c’era dunque la protagonista di un reality show. Il famoso dramma dell’aborto, che perfora coscienze abissali dentro le quali maschi e femmine antiabortisti non hanno diritto di guardare, stavolta si è risolto in una richiesta di riservatezza, in un aborto clandestino che coinvolge nella catena di morte, oltre al bambino, lo stesso ginecologo. Rapidamente, spicciativamente, per cinquecento maledetti euro, si raschia via una vita umana da un utero di donna. Lo scopo è la prosecuzione di una carriera televisiva al suo sboccio in un tronfio spettacolino che vale molto di più dello spettacolino di una vita nascente. Vale, per lo meno, cinquecento euro.
Non sono indignato. Non mi permetto gli stessi sentimenti banali delle povere postfemministe anni Settanta scese in strada per gridare il falso, sciagurate, cioè che io gli abbia mai dato delle assassine. Non darei di “assassina” nemmeno all’anonima soubrette che ha difeso la privacy della sua piccola carriera espellendo il suo piccolo dal grembo suo. Ma che la voluttà di morte, moralmente indifferente, abbia preso il posto della 194 e della sua “tutela sociale della maternità”, è una di quelle verità a negare le quali si fa figura, cara Turco, caro Sofri, care amiche giornaliste e caro Piersilvio Berlusconi, di tartufi e di ipocriti. Gli assassini siamo noi, mettetevelo bene in testa.
Perché io tiri in ballo il figliolo del mio amico Cavaliere è presto detto. Aveva appena finito di confessare a Vanity Fair che il matrimonio e i figli sono cose diverse, e che l’aborto è solo una questione di coscienza, così come pensa anche l’anarca etico che corre per la presidenza del Consiglio, suo papà. Bisogna aggiungere però, in base alle cronache in arrivo da Genova, riportate su Repubblica: un figlio dipende dalla volubilità di un fidanzamento, una relazione tra generazione di bambini e avventure dell’amore in fondo c’è, caro Piersilvio. Un’altra cliente del ginecologo suicida, anche lei giustamente protetta dall’anonimato, e che Dio lo conservi a tutte queste disgraziate, ha detto al cronista che con il fidanzato aveva rotto, e dunque ha “deciso” di non volere più il bambino.
Deciso? Ma non avevamo detto che si abortisce per tutelare la salute fisica e psichica della gestante, quando non il pericolo per la sua vita? Avevamo messo nel conto che si abortisce ovvero sopprime una vita per la rottura di un fidanzamento in seguito a decisione ordinaria, fuori da qualunque drammatico dilemma? Per “decisione”? Perché, come ha detto la ragazza, “non sapevo di fare qualcosa di male, l’aborto in Italia è legale”. Capito? Trent’anni dopo la depenalizzazione, ecco spiegato dalla cronaca ciò che diciamo noi della lista: legale vuol dire legittimo, normale, vuol dire che faccio un aborto come mi pare, quando mi pare, per il motivo che mi pare. Non è questa la sanzione di una indifferenza di cui donne e bambini sono vittime, con la complicità aperta e comoda di noi maschi legislatori, scrittori, polemisti, intellettuali e ministri da quattro soldi?
Mi direte: ma questo in realtà è illegale, questo non è previsto dalla 194. Vi dirò: lo so bene, e infatti ripeto in ogni piazza o teatro che la 194 è stata tradita, che non di quello si deve parlare. Infatti la 194 fa la sua figura in questa storia. 51 euro di multa e patteggiamenti vari per le uccisioni seriali decise per questo o quel motivo, anche parecchio futile. La 194 è uno strumento per contrastare l’aborto clandestino, per come fu concepito. Per come è stato gestito dalle culture di sinistra e di destra, e dai silenzi corrivi di tanti anche nel mondo cattolico (vero Bindi?, vero Franceschini?) la 194 è diventata lo schermo dietro cui si realizza anche in sua serena violazione, pubblico o clandestino, un aborto fai da te, un aborto facile che l’imminente arrivo del veleno Ru486 renderà più semplice, soffice, eutanasico. Più morte per tutti. Questo è il vero slogan della campagna elettorale unipartisan in corso.
Ma io non mi indigno. Aspetto che lo facciano le buone coscienze che si sono rallegrate per la moratoria Onu sulla pena di morte. Sta a loro coltivare il tesoro dell’indignazione morale. Hanno la stoffa per indignarsi.

Ps Io sono laico e ratzingeriano. Credo nel buonumore. Detesto la tristizia dei secolaristi mortiferi. So che “Knocked up” (titolo italiano “Molto incinta”) è un film in cui una ragazza, davanti all’alternativa tra un contratto televisivo e una gravidanza che comporta un incompatibile ingrassamento, sceglie a sorpresa di ingrassare e di fare il suo bambino. Dunque, anziché indignarmi, consiglio alle anime belle come la Aspesi e compagnia questo: cercate di assomigliare alle migliori sceneggiature di Hollywood, da Knocked up a Juno, perché il vostro reality abortivo fa un po’ schifo. Il buonumore è di ritorno, prossimamente su questi schermi.


Giuliano Ferrara


Io in questi giorni di buonumore ne ho assai poco. Pertanto alla stronza di turno e a quelle solite di complemento (senza scordare gli omuncoli alla perenne ricerca delle loro palle che squittiscono tutt'intorno a loro, quando non sono impegnati a sturbarsi per l'impiccagione di Saddam beninteso) auguro quanto di peggio possa esistere, qualcosa di talmente orribile che non posso descriverlo per difetto d'immaginazione.

Nella speranza che la cosa possa ripagarmi dello schifo che mi fanno!

Passando ad altro (ma forse no), l'ingegnere qui ha perfettamente ragione. Purtroppo!

Di conseguenza, coperti ed allineati, la Casa invita ad onorare la lista di Ferrara alla Camera e premiare la Lega al Senato (col preciso mandato di non andare a Roma a farci solamente i burini).

Ma quant'è vero Iddio, questa è l'ultima volta!

Se sprecano la prossima legislatura come hanno sprecato la penultima, io tiro lo scarico!


12 marzo 2008

PENSIERO STUPENDO

Tutti quelli che sono per l'aborto hanno il privilegio di essere già nati.

R. Reagan


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9 marzo 2008

BENTORNATO A CASA, GIOVANNI LINDO


S'OSTINA

Da giovane frequentavo le piazze. Ogni sabato pomeriggio, per qualche anno, sono sceso in piazza a manifestare: occasioni internazionali, nazionali, locali, non mancavano. C’era sempre una bastarda repressione da contrastare, una nobile causa da sostenere. Certo non sono stato né il primo né l’ultimo che, nell’assoluta convinzione di essere libero, padrone della propria esistenza e votato alla miglior causa si è ritrovato poi a constatare l’infinita distanza, spesso la netta contrapposizione, tra la realtà e le parole usate per comprenderla e raccontarla. Tra la complessità del vivere e la sua riduzione a sequela rancorosa e lineare, tra il mistero della vita e la lista delle rivendicazioni. Convinto di luccicare di verità e di libertà mi sono ritrovato a proteggere l’oppressione e servire la menzogna. E’ stata la guerra che ha distrutto la Jugoslavia a travolgermi: la realtà e l’ideologia che avrebbe dovuto decodificarla erano inconciliabili. Anzi, l’ideologia che sostenevo era un peggiorativo dell’esistente. Un po’ come chi semina vento, raccoglie tempesta e si rammarica per il maltempo. A Mostar, ridente cittadina europea a vocazione turistica, travolta dall’odio e dal sangue, la realtà si presentava in forma beffarda. La linea del fuoco, cannoneggiata bombardata cecchinata, era il “viale della pace e della fratellanza tra i popoli”: il dogma dell’internazionalismo socialista e la bandiera del pacifismo. Sono stato costretto a guardare la realtà con i miei occhi, ad ascoltare con le mie orecchie, a toccare con mano. Mi sono ricordato che, da qualche parte c’era un cuore e, per quanto maltrattata, avevo un’anima. Così ero stato allevato e ben educato: era il caso di ricominciare da lì. Trovarmi altri maestri, nuovi insegnanti, vecchi insegnamenti.

LE COSE CAMBIANO

Me ne sono tornato a casa. Molte incombenze quotidiane, nessuna pretesa, nessuna rivendicazione. Fosse servito a qualcosa prendermi a schiaffi per la mia dabbenaggine l’avrei fatto. Ho preferito ringraziare per la vita che mi era stata donata. Non immaginavo un qualsiasi pubblico impegno per l’avvenire ma, per l’appunto, la vita oltre che dono, meraviglioso comunque, è un mistero che non siamo noi a determinare. Non così tanto come vorremmo. C’è altro oltre la nostra buona o pessima volontà. Ho cominciato a comprare il Foglio. La prima volta che l’ho visto, sullo scaffale di un’edicola, l’ho comprato, con un po’ di imbarazzo residuale, perché era bello. Come? – mi sono detto – in un tempo in cui i giornali sono sempre più gravati da titoli, fotografie, rubriche, allegati, colori, chi è che si permette tanta eleganza formale, tanta leggerezza?. Il Foglio è diventato il mio legame quotidiano con il contemporaneo e poi molto di più perché mi ha aperto alla conoscenza di mondi sconosciuti di cui percepivo la mancanza: il pensiero neo-conservatore americano, tanto per dirne uno. Grazie, di cuore, Giuliano Ferrara.

SIAMO CASI DIFFICILI

Un giorno al bar mentre bevevo il caffè mi sono messo a sfogliare l’Espresso che “dalla A alla Z” snocciolava tutti i bei nomi della musica, dello spettacolo. Tutti a favore dell’abrogazione della legge sulla fecondazione assistita. La cosa che mi ha innervosito oltre ogni limite era l’assunto indubitabile: la musica è il bene, il giusto e da che mondo è mondo il bene e il giusto sono di sinistra sono progressisti. Mi sono sentito chiamato in causa, proprio io, ero pur sempre il cantante dei CCCP Fedeli alla Linea, dei CSI. Non ci ho mangiato, non ci ho dormito, finché non ho scritto una letterina e l’ho spedita al Foglio grazie al quale avevo scoperto che, anche in quel caso come nella mia vita, tra la realtà e le parole che la raccontano si può creare un corto circuito. Spacciare l’eugenetica per liberazione non mi pare bello. Spacciare i desideri per diritti non mi pare giusto. E se il mondo della musica lo fa, con quella nonchalance che rende evidente la propria superiorità morale e materiale, beh! allora toccava a me, nel mio piccolo, sostenere Giuliano Ferrara e il cardinale Ruini. Mai e poi mai avrei immaginato il risultato del referendum. Ho riso di cuore per giorni e giorni. Come? Tutta lì, in quella percentuale, l’Italia dei media, della cultura, dello spettacolo, del radioso futuro, dei diritti perfetti così come fan tutti, così come bisogna fare? Da allora ogni tanto scrivo al Foglio, ogni volta mi chiedo il perché, che senso ha, chi mi credo di essere? Non lo so, non so rispondermi, ma ci sono cose, problemi, accadimenti, che interrogano tutti, e ognuno secondo le proprie capacità e responsabilità, è chiamato a rispondere. Non si può far finta di niente. Non per le cose essenziali della vita, quelle davvero importanti.

AMANDOTI - Per sempre

Quanto suona strano, in un vortice di mutazioni e cambiamenti che inducono a reinventarsi la vita ogni giorno, ogni weekend, ogni stagione come se noi potessimo ricrearci a nostra immagine e somiglianza, a misura delle nostre voglie, dei nostri contrattempi! Un ciclo perpetuo di sfilate dove agli ingegneri sociali, come ai grandi sarti, spetta volare alto: alta moda, per i maestri del pensiero, gli organizzatori sociali, c’è il prêt-à-porter e alle grandi masse toccano i grandi magazzini, i saldi, l’usato comunque l’obbligo di far bella figura, essere, in tempo reale, aggiornati. Comunque la si rigiri, e si può rigirare all’infinito, trattasi sempre di braghe o di gonne. Hai voglia di chiamarli pareo o salopettes. Trattasi dell’umano: maschi e femmine. Declinabili, i due, in tutte le variazioni possibili, inimmaginabili a priori ma, dal momento del concepimento alla morte, vivi, vitali, in atto e in potenza. Trattasi della meraviglia del creato, delle creature, questi esseri miserrimi e sorprendenti che noi tutti siamo, trattasi dell’uomo. Dispiace che qualcuno si consideri scimmia nuda o poco altro. Deve essere la insalubre conseguenza del troppo rimirarsi l’ombelico; un delirio d’onnipotenza ribaltato. Umani siamo, donne e uomini, non è mai troppo né troppo poco.

DEL MONDO - Glorifichi la vita

Mai avrei immaginato di ritrovarmi, a 54 anni, in così bella piazza a festeggiare le donne, la vita, a festeggiare l’8 marzo. Una data che mi sovrasta e un po’ mi imbarazza. So di mille osservazioni possibili, dall’astioso allo strafottente, tutte valide. A mio favore ho solo un motivo: sostenere con la mia presenza, la mia parola, il mio canto: la campagna per la moratoria: “Aborto? No, grazie!” così come è stata pensata e costruita da Giuliano Ferrara e il Foglio. Dalla petizione alla lista. Con tutti i dubbi, le perplessità, il giorno dell’angoscia e i molti della felicità; a ognuno i suoi. Come vi ho detto, mia volontà era di non assumermi alcuna responsabilità pubblica, non farmi arruolare in nessun caso, memore anche di troppe cause sbagliate e insofferente verso i media e la smania di apparire che ci sovrasta, ma sono le persone che si incontrano a fare la differenza. E succede. Sono le persone, nella loro corposità, nel loro comportarsi, nel loro esserci che mi fanno cambiare nei miei buoni proponimenti di montanaro scontroso e scantonante.

Era già successo lo scorso anno ed erano stati gli occhi di due donne, una anziana e una giovane, la loro luminosità velata da una tristezza che durava da troppo tempo a farmi decidere, di colpo, di organizzare un 25 aprile, la festa della liberazione dal nazifascismo, perché vivesse, non fosse cancellata la memoria di un fratello e uno zio prima calunniati poi uccisi poi rigettati da una retorica faziosa e falsa. L’abbiamo chiamato: un 25 aprile solitario, in onore di Giorgio Morelli, nome di battaglia Il Solitario, in onore del comandante Azor, dei partigiani cattolici di Reggio Emilia. Un 25 aprile sui monti che li avevano visti prima ribelli, poi vittoriosi, poi assassinati, poi defraudati del loro valore, della loro storia. Una messa a suffragio, un pranzo ipercalorico all’aperto, un piccolo concerto, la recita del S. Rosario. Due-trecento persone per un 25 aprile solitario. Troppo pochi? I partigiani erano meno. Sono le persone, solo le persone, a essere importanti, sempre. In una comunione tra i morti, i viventi, i non ancora nati. I numeri non sono che l’infinita variazione dell’uno. E’ successo di nuovo oggi, 8 marzo 2008, ne sono felice. Ci voleva Giuliano Ferrara. Non che manchino persone meravigliose, a me sconosciute, che dedicano il proprio tempo, la propria vita, i propri scritti, all’onore nascosto e mistificato dell’aborto. E’ che le idee, la speranza e i fatti che ne conseguono viaggiano con le persone che ne sono sostegno e incarnazione. E poi serve un contesto che permetta di fiorire e crescere. Serve la terra, l’acqua, il sole. Serve la giusta dose di concime e al fondo ci vuole buon umore. Quel buon umore che unito alla conoscenza e all’intelligenza permette di far fronte tanto alle tragedie dell’umanità che alle interviste televisive. Quel buon umore che, unito all’amore per l’uomo, è il solo che può incrinare e combattere il sublime convincimento che non c’è problema, oppure c’è ma non bisogna parlarne, oppure bisogna parlarne ma non in campagna elettorale e comunque deve essere chiaro che è tutta una mossa del cardinal Ruini, delle forze oscure e clericali, il ritorno ai tempi bui, lo spettro della Reazione. E’ il buon umore, e un po’ di strafottenza, che può intaccare la pressante invocazione all’Italia perché diventi al fine un paese normale. Normale? Normale a chi? Detto da chi fa culto di ogni trasgressione. Sarebbe normale essere accusati d’oscurantismo antiscientifico perché si fa presente che la tecnica odierna permette di fotografare i bimbi nel ventre materno? Ed è evidente all’occhio e al cuore che trattasi di bimbi, personcine. Sono bimbi, sono figli, nipoti. Sono innocenti, deboli, indifesi. Sarebbe normale accusare di visione reazionaria chi si ribella a un determinismo genetico che fa dei non ancora nati oggetto di ogni sperimentazione, di ogni abuso, ne fa oggetti di selezione e commercializzazione? Si tratta del mistero della vita, la vita in atto, in un ciclo umano che va dal concepimento alla morte naturale. Per ciò che mi riguarda la morte non è che un passaggio ad altro: il giudizio, l’inferno o il paradiso, ma questa è fede e la fede è un dono non un’imposizione e tantomeno un motivo d’orgoglio che sottintenda una superiorità morale. Anche la vita è un dono, ma è carne, è palpabile, dimostrata. Si può fotografare, raccontare con dovizia di particolari, si può cantare nelle canzoni e farci dei bei film. Ci sono mille obiezioni possibili alla presentazione di questa lista ma sono di natura politica, corrente e ordinaria, non valgono. E’ la politica a essere in funzione della vita, non viceversa. Se non c’è rispetto per la vita la politica è solo accaparramento e distribuzione del potere. Legittimo ma un po’ poco, troppo poco.

Per quanto riguarda la conta dei numeri il rischio è alto ma io faccio riferimento alla risposta del patriarca ortodosso: “Mi dicono coloro che si interessano di numeri…”, un incipit che rende onore a tale interesse ma non ne fa ragione per la propria esistenza. Che qualcuno, anche pochi, pongano oggi a base della politica nella sua totalità, la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale è indispensabile. E’ giusto, è bello e mette di buon umore. Comunque è una semina e non sempre chi semina raccoglie ma se nessuno semina chi raccoglierà? Benvenuta sorella lista.

LA VITA E’ UNA GRAN COSA - TE DEUM

di Ferretti Giovanni Lindo


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7 marzo 2008

NON SONO OCCHI FODERATI DI PROSCIUTTO - SONO OCCHI INIETTATI DI SANGUE

Alla fine del film Juno suggerisce: “Bisognerebbe innamorarsi prima di riprodursi”, ed è una frase fantastica. Bisognerebbe anche pensare prima di scrivere, cara Aspesi. Il suo tentativo di salvare dalla crociata contro l’aborto il film hollywoodiano che sta per invadere i nostri schermi dopo un clamoroso successo internazionale è destinato a un grottesco fallimento, e mi dispiace perché solo uno strano panico può indurre a un’impresa ideologica e giornalistica tanto disperata. La gente che ha letto il suo articolo infatti vedrà il film, ai primi di aprile. Vedrà una ragazzina con la sua lingua di strada e i suoi deliziosi capricci pieni di buonumore e di amore. La vedrà che resta incinta. Che decide di abortire. Che va verso l’ingresso di una clinica femminista per aborti. Vedrà che incontra una ragazzina bruttacchiona e sensibile, come bruttacchioni e sensibili siamo tutti noi pro life e pro family day, tutti noi che godiamo del suo accanito disprezzo antropologico, la quale le comunicherà bruscamente che il suo fagiolino ha già le unghie. Vedrà che nella clinica a Juno viene offerto un preservativo al lampone e un numeretto per mettersi in fila davanti alla stanza in cui avverrà il raschiamento, a proposito del nesso tra contraccezione e aborto. La vedrà fuggire dalla clinica denunciando un “odore da anticamera del dentista”. La vedrà decidere di non abortire, idest partorire il gamberetto ed essere libera dalle convenzioni che indicano la strada opposta. La vedrà cercare su un giornale coppie che intendono adottare bambini, spiritualmente aiutata da suo padre e dalla sua matrigna, mentre il suo maschietto inebetito da sport e vita se ne lava un po’ le manine. Il pubblico riderà e piangerà durante la sua gravidanza, i suoi giochi, la sua gestazione moderna del pisellino. Moderna nel senso di non veterofemminista, moderna nel senso che tutto è possibile, anche il rifiuto della maternità quando si sia incinte in un’età precoce, ma non è giusto sopprimere una vita umana. Almeno, non in un mondo che si dice civile e che giudica incivile il medioevo. Meglio la modernità sublime della ruota del convento medievale, meglio darlo in adozione dopo averlo fatto, il pesciolino. E alla fine del film c’è una donna con bambino, la madre adottiva, che se ne sta lì nel suo presepe contemporaneo; e Juno e il suo maschietto che suonano la chitarra e, quando sarà il momento, ne faranno un altro, di pesciolino. Contenti del fatto che il suo fratellino maggiore non è stato raschiato via e gettato in una discarica. Il tutto sembrerà al pubblico più ragionevole, più naturale, più salutare, più bello: per le donne e per i bambini. Un film è un film, non è un messaggio culturale. Ma se c’è, il messaggio, meglio saperlo leggere. E se è lieve, indiretto ma chiaro, non saperlo leggere, cara Aspesi, vuol dire avere gli occhi foderati di prosciutto. Vi era già successo, a voi di Repubblica, con il film rumeno premiato a Cannes. Era un film che denunciava gli orrori dell’aborto clandestino sotto Ceausescu, ma denunciava anche l’aborto, facendo vedere un bambino nella pancia della madre, quel bambino poi abortito, per lunghi eterni istanti. Ne eravate scossi, e avete fatto finta di niente. Anche per un miliardo di aborti in trent’anni avete fatto finta di niente. E ora provate sacro orrore per noi che vi diciamo: tutto si può fare, nel tempo in cui si è liberi di scegliere, tranne uccidere i bambini nel seno delle loro madri. Un punto del nostro programma dice: date in adozione i bambini, siate libere di non abortire. Juno c’est nous.

Giuliano Ferrara


LA   VERSIONE   DI   ANDREA

Una domanda.
Una domanda sola a Natalia Aspesi, che intima da par suo sulle colonne di Repubblica di tener giù le mani da “Juno”, il piccolo film fenomeno che non è un manifesto anti aborto. Anzi.

E dove, come spiega lei benissimo, una quasi bambina irriflessiva e istintiva, generosa e infantile, rimasta incinta, decide, lei, cosa fare del proprio corpo. Lei, e solo lei.

E dove non si parla mai di difesa della vita, non ci sono vescovi o predicatori o profittatori politici che evochino l’assassinio, dove il feto non è un personaggio, se mai un fagiolo, e in nessun passaggio del film si avverte il peso del moralismo o del senso di colpa, e non c’è nessuno che giudichi o minacci o consigli o imponga.

 Una domanda sincera, a Natalia Aspesi, da parte di chi ancora non ha visto il film perché non sa l’inglese rimanendo colpito, però, dalla passione con cui la nostra migliore critica del costume ha osservato il racconto sulla vicenda di un’adolescente, proposto al pubblico senza nessuna concessione anti abortista e senza deprecazioni sociologiche e morali: ma il film finisce che il bambino muore?


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5 marzo 2008

MINORITY REPORT

"C’era un tempo in cui i nostri editorialisti sul feto avrebbero orgogliosamente fatto eco a Gloria Steinem, dicendo che la sua esistenza indubitabile e necessaria non poneva un problema perché era 'una massa di protoplasma dipendente' senza distinzione e maggiore dignità di un'appendice fiammeggiante.

Sono sempre stato persuaso dal fatto che l’espressione 'bambino non nato' sia una genuina descrizione della realtà materiale. Ovviamente il feto è vivo, quindi la disputazione se debba o meno essere considerata 'una vita' è casuistica. Lo stesso si applica, da un punto di vista materialistico, alla questione se questa vita sia o no 'umana'. Cos’altro potrebbe essere?

Anche per la sua 'dipendenza', questo fatto non mi ha mai convinto, così come la radicale critica di ogni agglomerato di cellule umane in qualunque stato esse siano. Anche i bambini sono 'dipendenti'. Chiunque abbia visto un sonogrammo o abbia speso un’ora su un manuale di embriologia sa che le emozioni non sono il fattore decisivo.

Al fine di terminare una gravidanza, devi ridurre al silenzio un cuore che batte, spegnere un cervello che cresce e, al di là del metodo, rompere delle ossa e distruggere degli organi".
(C. Hitchens, The Nation, 24 aprile 1989)

Prima che nasca il figlio o la figlia dell'uomo e della donna è sempre umano
Dopo la nascita è possibile che smetta di esserlo. Anzi, capita spesso.
Per esempio, può diventare comunista, e da donna usare il tempo pagatole dai contribuenti per fare 'sta roba qui.

Si stenta a crederlo!
Come diavolo sia possibile che migliaia di anni di evoluzione culturale possano produrre quelle tizie è cosa inspiegabile.



4 marzo 2008

LA BUONA BATTAGLIA - ESSERE LA VOCE DI CHI NON CE L'HA

Cari amici, signore e signori. Molti anni fa noi occidentali abbiamo deciso che nessuna donna può essere legalmente obbligata a partorire e che nessuna donna deve essere incarcerata per avere abortito. Fu una soluzione obbligata e decente, che non è possibile e non è giusto oggi rovesciare, e che fu presa per combattere l’aborto clandestino. Ma da quel tempo ad oggi il mondo è stato sfregiato da oltre un miliardo di aborti, e una cappa di muta disperazione è calata sull’umanità. Gli aborti continuano al ritmo di cinquanta milioni l’anno. Nessun contraccettivo ha limitato il numero degli aborti, perché l’aborto chirurgico e farmacologico è diventato il metodo anticoncezionale più diffuso. Il nostro mondo è invecchiato precocemente e la vita è stata maltrattata e disumanizzata. Da quel tempo ad oggi l’aborto si è anche trasferito dal seno materno alla provetta della fecondazione artificiale. E’ diventato sempre di più aborto selettivo, dispotismo genetico, nuova schiavitù in cui una cultura forte, dominante, fiera del suo patto faustiano con il diavolo dello scientismo, decide per conto dei più deboli e indifesi tra gli esseri umani. Decide sulla pelle delle donne e dei bambini in un naufragio universale in cui nessuno ha più il coraggio di gridare il grido della salvezza che è sempre stato orgoglio dei navigatori e dei soccorritori: prima le donne e i bambini!
Questa cultura di radicale scristianizzazione decide come si decideva sul monte Taigeto che domina Sparta: la cura del malato, l’accoglienza del diverso, sono state dichiarate anticaglie, arcaismi, ed è stato giudicato moderno e postmoderno l’annientamento all’origine della vita considerata non degna di essere vissuta. Non è degna di essere vissuta la vita di milioni di bambine in Asia, vittime di politiche pubbliche antinataliste fondate sull’esclusione sessista di chi è considerato un ingombro per la linearità dell’asse ereditario o un carico inutile nel mondo del lavoro agricolo. Non è degna di essere vissuta la vita dei bambini affetti da sindromi con le quali si può condurre una vita ordinaria o straordinaria, alla ricerca della felicità e nel riconoscimento della comune natura umana. In un ospedale di Napoli due settimane fa è stato eliminato, in condizioni infernali, un bambino di ventuno settimane che aveva la sindrome di Klinefelter, una anomalia cromosomica che tocca a un piccolo su cinquecento e che si cura con metodi ordinari e consente una vita sostanzialmente regolare. Nessun giornale, nessun telegiornale se ne è accorto. Ai rifiuti urbani che preoccupano la comunità italiana mentre montagne di spazzatura si accumulano nelle strade di quella città, un tempo capitale di una grande cultura umanistica, si è aggiunto nell’indifferenza generale un altro rifiuto umano considerato indegno perfino di sepoltura.
In Italia si è arrivati alla follia di discutere se si debbano o no accogliere e curare i neonati vitali che sono il frutto di aborti terapeutici alla ventiduesima o ventitreesima settimana di gestazione. Il nostro ministro della Salute, una cattolica disperata che ha consegnato la sua cultura e la sua sensibilità alla prigione dell’ideologia, ha considerato “una crudeltà” che questi bambini vengano presi in cura senza prima chiedere l’autorizzazione dei genitori. La logica dell’aborto facile, che la pillola abortiva Ru486 è destinata a rilanciare, riconsegnando all’antica solitudine femminile la pratica abortiva, insegue la sua preda, il bambino nascituro, fin dentro l’aria che tutti respiriamo, fin dentro il mondo in cui tutti dovremmo essere stati creati eguali ed egualmente titolari della libertà di vivere.
Una cultura mortifera di cui tutti siamo più o meno complici condanna le donne a una logica di paura e di rigetto violento e innaturale della maternità, di ignoranza e di abitudine al disamore e all’infelicità. Questa cultura spaccia per diritto di autodeterminazione e per libertà o sovranità procreativa la nichilistica tendenza a disporre della libertà altrui di nascere, si accanisce sul corpo femminile imponendo come costume sociale libertario l’atto più contrario alle elementari considerazioni di umanità e di pietà che tutti gli esseri razionali, credenti e non credenti, condividono nel fondo del proprio animo e della propria coscienza: le donne e i bambini nascituri subiscono l’inganno e la pratica dell’omicidio perfetto. Un potere ideologico storicamente maschile conduce alla totale negazione del futuro per creature umane concepite nell’amore e strappate con violenza e con dolore dal riparo naturale in cui hanno ricevuto la promessa sacra della vita e dell’amore. Tutto questo avviene ormai nella più totale indifferenza morale e filosofica, e solo la chiesa cattolica e le altre denominazioni cristiane levano la loro voce inascoltata contro l’abitudine alla morte e il suo miserabile significato di schiavitù e di demenza civile.
Nel suo discorso al corpo diplomatico dello scorso 6 gennaio Benedetto XVI ha chiesto di riaprire la discussione sul valore sacro della vita umana dopo il voto delle Nazioni Unite che chiede la sospensione, la moratoria, dell’esecuzione delle pene di morte legali in tutto il mondo. Quando era un teologo e un cardinale, il Papa aveva messo in guardia il mondo affermando che con questa selta di “curare” la vita negandola “abbiamo dichiarato eretici l’amore e il buonumore”. Infatti, come possiamo rallegrarci di un gesto umanitario come la moratoria sulla pena di morte se non siamo capaci di favorire una moratoria sulla pena d’aborto?
Il segretario delle Nazioni Unite ha recentemente dichiarato che le donne sono oggetto di violenza e di esclusione nel mondo, e che in molte nazioni “non hanno nemmeno il diritto alla vita”, e ha giudicato “un flagello” questa pratica criminale. Un grande giurista italiano, il compianto Norberto Bobbio, un socialista liberale che viene considerato un esempio perfetto di laicità, disse nel 1981 che tra tutti i diritti “il diritto di nascere deve essere difeso con intransigenza, e per lo stesso motivo per cui si è contrari alla pena di morte”. Un grande e compianto poeta italiano, il marxista e cattolico Pier Paolo Pasolini, affermò di ricordare la sua propria vitalità di bambino nascituro, di sentire fisicamente sul suo corpo il segno di una vita cominciata nel senso di sua madre, e definì omicidio ogni tipo di aborto.
Ma queste affermazioni, questi sentimenti, questi pensieri che accomunano la speranza e il voto di credenti e non credenti sono stati messi in archivio dal pensiero dominante. Queste certezze ed evidenze della mente e del cuore vengono regolarmente censurate come espressioni di oscurantismo illiberale dalla comunità della tecnoscienza, dai guru in camice bianco che teorizzano il diritto di morire, e sostengono perfino la pratica dell’eutanasia infantile secondo le regole del protocollo olandese di Groningen. Ideologi in buona fede, fanatizzati dalla presunzione di essere nel giusto e di lavorare per il progresso della storia, si arrogano il diritto di definire con pretese scientifiche i confini della libertà di esistere. Non importa che nelle sale di concerto si possa ascoltare la grande musica divinamente orchestrata da un direttore con la spina bifida: i malati di spina bifida devono morire per decisione legale. Questi guru postmoderni vogliono entrare nei Parlamenti, come accade oggi in Italia con la candidatura del professor Umberto Veronesi nelle file del Partito democratico. Occupano le prime pagine dei giornali, le riviste specializzate che vendono il miraggio di una vita indefettibilmente sana e confortevole, predicano il diritto di fabbricare bambini à la carte secondo i desideri e i gusti soggettivi, diffondono una cultura della salute che esclude ogni salvezza e ogni speranza per i deboli, per gli anomali, per gli indifesi di ogni genere. E questo nel nome della loro stessa felicità, che il nulla realizzerebbe meglio dell’esistenza. E questo in nome della libertà e autodeterminazione delle donne, quando il femminismo alle sue origini faceva della lotta contro l’aborto, di cui le donne sono vittime, la sua bandiera. Dice Paolo ai Romani che “nella speranza siamo stati salvati”. E ora nella negazione di ogni speranza, predicata da una medicina fattasi pura tecnica che ha tradito anche il giuramento di Ippocrate, siamo inevitabilmente perduti.
La battaglia contro l’aborto e l’eugenetica, contro il gesto più antifemminile che sia concepibile e contro il programma di miglioramento della razza, è la frontiera decisiva del nostro secolo. Non è una contesa etica, non è una disputa intorno ai valori morali. Quella intorno alla famiglia, all’amore, al matrimonio, al legame tra il piacere unitivo e il dono di sé, tra l’eros e l’agape, è la grande battaglia sul futuro dell’umanità, sul potere del buonumore e della pace cristiana contro la logica di guerra superomista e transumanista della civiltà occidentale nell’ora della sua fragilità e della sua rassegnazione al nulla. Niente è più importante sul fronte culturale, civile e politico. Non esiste salvezza per l’incanto della vita moderna, per l’ironia e la gioia nei rapporti personali, per le grandi possibilità che la scienza apre alla vita, se questa battaglia non viene data con il rumore e il fragore che sono necessari. Non esiste salvezza del nostro modo di vita liberale se non si restaura l’antica alleanza di vita e libertà, life and liberty, proclamata nella dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America. Tra la mentalità abortista e l’idea binladenista che si debba amare la morte più della vita c’è un sottile ma visibile elemento di continuità. L’aborto maschio, moralmente indifferente, condanna le donne alla stessa sottomissione e solitudine a cui sono condannate dal natalismo forzato e dall’obbligo a partorire praticato nella umma islamica. Noi abbiamo conquistato, contro l’aborto clandestino, la possibilità di scegliere, il pro choice; e vinceremo la battaglia di civiltà solo se riusciremo a scegliere per la vita, a mettere in grado ogni donna di essere libera di non abortire. Questa è la frontiera di una modernità libera dalla schiavitù femminile e dalla schiavitù infantile, e capace di riprodurre senza fanatismo e senza cinismo il futuro del nostro mondo e del nostro modo di vivere nel rispetto assoluto degli innocenti e nella messa al bando di ogni relativismo e soggettivismo nichilista.
Cari amici, io ho molto rispetto per il vostro primo ministro José Luis Rodríguez Zapatero. Non solo perché sono uno straniero. Quando ho visto il vostro sovrano rispondere a un dittatorello sudamericano con la frase ormai celebre: “Perché non stai zitto?”, ho applaudito davanti al mio televisore. Ma le idee di Zapatero sul matrimonio e sulla famiglia, la sua concezione di ciò che è l’identità di genere, e la sua filosofia di un potere democratico procedurale fondato sui numeri e sui soli numeri, tutto questo lo considero la negazione di un razionalismo laico e moderno, tutto questo lo considero una sorta di superstizione democratica capace di mettere capo a orrori come la riforma del codice civile che ha cancellato il concetto di madre e di padre dal diritto di famiglia. Per i liberali, l’eguaglianza si realizza nel riconoscimento delle diversità. Sono i giacobini e poi i totalitari del Novecento a tagliare la testa del diritto liberale per portare in terra quel paradiso dell’eguaglianza come omologazione che è stata l’inferno del XX secolo.
Per tutto questo tempo, mentre molti di noi hanno voltato la faccia dall’altra parte, milioni di volontari nel mondo hanno dato e vinto la buona battaglia, hanno espugnato uno dopo l’altro i mulini a vento della Mancha universale. Non c’è solo la grande lezione di solidarietà, di soccorso e di santità che arriva dagli operatori di pace e di vita del mondo cattolico e cristiano. In una moderna e ricca città europea come Milano, in un ospedale che è diventato il simbolo e il tempio della lotta fra l’abitudine all’aborto e la libertà di non abortire, una donna straordinaria, Paola Bonzi, ha risalito con tutte le sue forze la corrente dell’indifferenza. Paola ha fondato un Centro di aiuto alla vita e si è messa in ascolto di migliaia di donne. Paola non ha la facoltà della vista, ma vede più lontano di ciascuno di noi e conosce più di ogni altro le vere ragioni delle donne che si sentono in obbligo di eliminare i loro bambini: le difficoltà materiali, la solitudine, il condizionamento sociale, la paura di non farcela di fronte al compito educativo in una società che svaluta come un ingombro la presenza dei piccoli e li emargina dalle sue preoccupazioni sociali, una vena di utilitarismo e di illusione personale. Piano piano, con tenacia, senza moralismi ricattatori, dedicandosi con infinita pazienza a quell’essere dimenticato che è la donna in maternità, Paola è diventata la madre di migliaia di bambini e di migliaia di madri.
Paola è una persona reale, e io spero di portarla in Parlamento in una lista per la vita e contro l’aborto che si presenta alle prossime elezioni politiche in Italia. Ma se potessi, porterei in Parlamento anche Juno, la protagonista di una clamorosa e bellissima fiaba hollywoodiana che sta per uscire nelle sale di cinema d’Europa. Juno è una ragazzina modernissima, parla il linguaggio colorito e sboccato delle nostre strade, e arriva per istinto a capire che il rifiuto della maternità non deve coincidere con la rassegnazione alla morte. Juno è piena di amore e buonumore, fa ridere e piangere il pubblico come nelle migliori commedie, ma non è una sulfurea eroina di Pedro Almodóvar. La sua è un’altra logica poetica. Juno scappa da una clinica abortista, partorisce un bel bambino e lo consegna in adozione a una donna che desidera la maternità, e così riconquista la bellezza dell’esistere. Un mondo che si considera libero e moderno ha tutto da imparare dall’antica istituzione medievale della ruota dei conventi.
Cari amici, signore e signori. Tutto ciò in cui crediamo, noi liberali e laici alleati ai cristiani ferventi e consapevoli, si riassume in una splendida frase del vostro Hidalgo: “Io sono nato per vivere morendo”. Cervantes doveva avere in mente la “vita morente” predicata da Agostino di Ippona. La vita umana è limitata e desiderosa di infinito, per questo deve essere tenuta per sacra e definita dalla speranza. La ragione umana è limitata dal mistero, per questo deve essere usata in armonia con il diritto naturale e con la ricostruzione razionale, nello spazio pubblico, di principi che non sono negoziabili per nessun motivo al mondo. E queste cose l’Hidalgo le diceva al suo scudiero Sancho Panza, quando l’amore e il buonumore non erano ancora stati dichiarati eretici, per deridere affettuosamente il suo realismo mangione, il suo meraviglioso cinismo popolare: “Tu, Sancho, sei nato per vivere mangiando”. Guardate il mio corpo e capirete che ho tutta l’autorità necessaria per dirvi quel che ho detto. Grazie

Giuliano Ferrara


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22 febbraio 2008

CONFUSIONE LIBERA(LE)

E' quella estesa da Ostellino in questo pezzo.

Secondo lui, la bontà delle legislazioni abortiste adottate nelle democrazie occidentali si ravviserebbe nella doverosa composizione di due differenti diritti, quello del nascituro alla sua vita e quello della donna alla sua libertà.

Tanto per cominciare, parrebbe un po' una composizione del cazzo quella in cui, in caso di contrasto, soccombe sempre e comunque e definitivamente il diritto di una sola parte, quella più debole per giunta, quella assolutamente inerme.

Ma la vera aberrazione di una simile concezione sta nel configurare come diritto di libertà l'eventuale volontà della donna di sopprimere suo figlio, e addirittura parificarlo (in realtà rendendolo superiore, in quanto, come detto, prevale sempre e comunque) al diritto assoluto per eccellenza, quello da cui discende ogni altro, il diritto alla propria vita di colui che incarnato attende di nascere.

Quale sarebbe questo diritto di libertà della donna? Quello di non voler essere madre? Ebbene, nessuno glielo impone. Può abbandonare il figlio, subito dopo la nascita, in condizione di assoluto anonimato.
E ciò a prescindere dalla facile constatazione di una discriminazione orrenda nei confronti del padre. Quel diritto di libertà così assolutizzato nel caso della donna, al punto da darle licenza di uccidere la propria prole, viene ad estinguersi immediatamente non appena si avvicina all'altra metà del cielo, l'uomo. Il quale non può far valere nè il suo diritto di libertà di voler essere padre, impedendo alla donna di uccidere suo figlio, né quello di non voler essere padre, costringendo la donna ad abortire. Mica male, per una "povera donna"!

Quale è questa libertà della donna assurta religiosamente alla dignità sacrale, per opera della Parrocchia Atea e Progressista? Quella di non voler sopportare la gravidanza (assistita e spesata) e partorire? Non doveva far altro che usare un minimo di attenzione. Un minimo! Ci sono cento modi per non restare incinta facendo sesso, e ci sono solo pochi giorni nell'arco di un mese in cui è possibile restarlo. Insomma, la povera donna se ne è fregata altamente, tanto sa di poter contare sui liberali alla Ostellino, pronti a premiare il suo lassismo rendendola un assassina legibus soluta.

Non c'è nessun diritto di libertà, egregi. Ci sono solo desideri, passioni, facoltà, di un individuo femmina, il suo libero arbitrio ed il suo risponderne.
Del resto, qualsiasi diritto di libertà soccomberebbe senza scampo nel confronto con il diritto assoluto primigenio, quello che fonda e sostanzia qualsiasi altro, quello senza il quale nessun altro sarebbe concepibile: il diritto alla vita!
Esiste una libertà più assoluta ed incondizionabile di quella di vivere? Essa è la libertà regina, di fronte alla quale qualsiasi altra si inchina, sempre. E trova l'unico limite in sé stessa, di fronte all'uguale libertà degli altri. Pertanto, una composizione (in realtà è lo stabilirsi di una prevalenza) doverosa tra diritti di libertà equivalenti può ravvisarsi solo ove il diritto alla vita del nascituro confligga con il diritto alla vita di sua madre. In tal caso è chiaro che deve soccombere il primo, rectius è chiaro che la decisione al riguardo spetta alla madre, e qualunque decisione sarà legittima. Ma esso prevale in ogni altro caso.

Quindi, vediamo di piantarla una buona volta!

Non ci sono "povere donne" e diritti di libertà, ci sono assassini ed assassinati, vittime e carnefici.
Non ci sono 5 milioni di bambini "non nati" in Italia da quando questa follìa s'è impadronita del Paese, ci sono 5 milioni di bambini uccisi prima che nascessero da 5 milioni di "povere donne", uno sterminio attuato con la fattiva complicità del governo italiano, il quale provvede poi a recapitare la fattura a casa di ogni singolo cittadino.

Non è questione di lana caprina!

P.S. - Naturalmente il riferimento alla laicità ed il richiamo ad excludendum di Sant'Agostino ci entrano come i cavoli a merenda. Ma bisogna essere laici per capirlo!

P.S. - TUTTO SI TIENE !

ROMA (MF-DJ)--Umberto Veronesi sara' candidato capolista al Senato in Lombardia per il partito democratico.

Lo ha riferito il segretario del Pd, Walter Veltroni, entrando nella sede del partito per l'incontro con i rappresentanti del Partito radicale. Pochi minuti prima di Veltroni era gia' arrivato il ministro per il commercio estero ed esponente dei radicali, Emma Bonino.


15 febbraio 2008

SFILATA DI STRONZE

<B>Aborto, le donne in piazza<br>"Nessuno tocchi la 194"</B>

Per rivendicare licenza di uccidere i propri figli.

Come se qualcuno sano di mente potesse anche solo pensare di farci un figlio, con queste invasate.

Notate l'idiozia dello slogan.
Ora ve lo faccio vedere, il "loro corpo"....


BEATRICE
è nata il 12-02-2008 e pesa 3.500 grammi


E qui vi spiegano quanto poco vale la vita di un bambino nel Paese delle Abominevoli Sorti e Regressive, plasmato dalla Parrocchia Atea, e celebrato dalle scimmiette sorridenti su Repubblica.

Gli venisse un colpo, a tutti quanti!


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13 febbraio 2008

DEVO AVER CAPITO MALE

A leggere delle testate giornalistiche on line oggi, uno potrebbe ricavare la convinzione che la legge italiana permette ad una stronza l'uccisione di suo figlio non ancora nato in quanto una certa alterazione genetica "al 40% avrebbe anche potuto causare una menomazione psichica".

E ricevere per giunta anche la solidarietà di parecchie altre stronze sparse in giro per i gangli vitali dello Stato.

Ma non può essere. Una donna, una madre, non ammazza suo figlio solo perché al 40% potrebbe soffrire di minori facoltà mentali. Ma neanche se le probabilità fossero dell'80%. Ma pure al 99%. Una donna darebbe quell'unica possibilità a suo figlio. Tanto più che può lasciarlo alla nascita, se non se la sente di affrontare un compito già di per sé gravoso.

Quindi non può essere. Devo aver letto di fretta, senza concentrarmi.

E poi se anche esistesse una stronza di tal fatta, la legge non lo permetterebbe di certo. Manco da un po' di tempo, ma l'ultima volta che ho controllato non c'erano i nazisti al potere in Italia.
Figurarsi poi una sventagliata di solidarietà da parte di esponenti politiche e di governo, "per difendere diritti costituzionalmente protetti".
No, perché l'unico diritto costituzionalmente protetto ad essere stato mandato in vacca sarebbe quello alla vita di quel povero essere soppresso dai killer di Stato.
















Non può essere. Mi sono confuso. Capita dopo una giornata massacrante di lavoro di non riuscire più a connettere come si deve.

E' vero che la Linda si dice "inorridita". E questo l'ho letto bene.
Ma può essere benissimo dovuto al fatto che non vuole smetterla di guardarsi allo specchio.


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28 gennaio 2008

LA COMMEDIA DEGLI EQUIVOCI

La lettera di Benedetto Della Vedova
Al Direttore - Nella lettera al Segretario Generale delle Nazioni Unite che “traduce” la sua proposta di moratoria c’è, come aveva annunciato, l’emendamento all’art. 3 della Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo, per riconoscere il diritto alla vita “dal concepimento fino alla morte naturale”. Manca, invece, l’emendamento che dovrebbe, per stare alle sue prime intenzioni, impedire che la moratoria sull’aborto divenga una radicale messa in mora della regolamentazione legale delle interruzioni volontarie di gravidanza facendo i conti con quel “rifiuto della maternità che incombe sul soggetto femminile come un problema millenario” (il Foglio, 5 gennaio). Di questo secondo e complementare emendamento, che lei aveva così formulato: “il diritto alla vita del concepito deve essere sempre bilanciato con il diritto alla salute fisica e psichica della madre”, nella sua proposta di lettera a Ban Ki-Moon non c’è traccia. A ragione veduta: se l’aborto è davvero un omicidio che può essere giuridicamente tollerato, in via di eccezione, solo alla stregua di quello per “legittima difesa”, tutte le legislazioni “abortiste” dell’occidente liberale (per non parlare delle altre) ne travisano o contraddicono l’eccezionalità e quindi non possono trovare spazio nello schema politico-morale della moratoria. Peraltro, lo stesso riferimento alla salute fisica e psichica della donna rimanda (al di là della sua testualità) ad un refrain che un orecchio allenato percepisce immediatamente come “abortista”.
Insomma, se si accettano le premesse del suo discorso (come le ho già scritto in una lunga lettera che ha avuto la gentilezza di pubblicare), non è solo la società, ma anche la legge ad essere “abortista”: entrambe espongono il concepito in gestazione all’omicidio sentenziato dalla madre.
In questa forma, la moratoria sull’aborto diventa una cosa forse meno ondivisibile - per me, come immagina, ancora meno condivisibile-, ma molto più chiara e coerente. Come la moratoria sulla pena di morte è la richiesta di sospendere le esecuzioni legalmente disposte, così la moratoria sull’aborto è la richiesta di sospendere “l’esecuzione dei concepiti” attraverso la sospensione delle norme che questa esecuzione consentono. Sull’aborto, in sede normativa, non si può essere insieme al 100% pro life e al 100% pro choice.
Questa “aritmetica” morale non le piacerà, ma alla fine anche lei ci sta facendo i conti.

La risposta di Giuliano Ferrara
Se l’aritmetica morale fosse una scienza, staremmo freschi. La sua aritmetica scientifica comunque è questa: siccome l’aborto è un omicidio, ma non lo si può di certo imputare a chi abortisce, bisogna dire che non è un omicidio. Nemmeno un sofista di strada sarebbe stato capace di un teorema morale così stupidamente atroce. Se mi consente, nella lettera all’Onu c’è la variante principiale, cioè la tutela della maternità e della vita dall’obbligo di stato di abortire e dall’indifferenza di stato di fronte all’aborto. Su questo non la vedo sensibile, lei non mi propone altre varianti. Da furbetto radicale lei usa il mio emendamento bis per invalidare l’altro, che è la clausola anti aborto clandestino e contrario alla persecuzione penale, che confermo e userò al momento opportuno. Aspetto sempre che lei mi dica qualcosa di serio, diretto e non indulgente intorno al miliardo di aborti in trent’anni e ai cinquanta milioni di aborti annui. Aspetto che, invece di cavillare da avvocaticchio, lei legga Marquard.


Questo animato scambio tra Della Vedova e Giuliano Ferrara ha causato questo post di Phastidio, che definire ingeneroso è indice di generosità elevata.

L'amoralità denunciata dall'autore non si rinviene nelle posizioni di Ferrara, ma nelle sue ed in quelle di chi, Della Vedova, riesce ad inquadrare esattamente i termini della questione, l'aborto come omicidio e pertanto non punibile legalmente solo in presenza delle discriminanti universali di legittima difesa o stato di necessità, e ciò nonostante continua a difendere tale odiosa pratica.

A Ferrara si può rimproverare una certa ambiguità, nel non voler trarre le conseguenze dal denunciare l'aborto per quello che è; se è assassinio, soppressione premeditata di un innocente, con l'aggravante di essere compiuto dalla madre di quell'innocente, l'autore è un assassino. Punto!

Della Vedova è lucido nell'esporla, e la reazione stizzita (molto meno di quella di Phastidio) di Ferrara è probabilmente dovuta al fatto che lui stesso è consapevole di quell'ambiguità, ma ci è costretto da impellenti necessità politiche, le stesse che frenano il Vaticano sulla questione.

Ma l'amoralità è quella di Della Vedova, che soccombe al vizietto radicale (a sua volta lucidamente denunciato da Ferrara) di schierarsi con Caino, ogni volta e senza dubbi. Identificati correttamente i termini della questione, la vittima e l'assassino, Della Vedova immediatamente si schiera a difesa di quest'ultimo. Non può più condividere la moratoria, se questa significa inchiodare il carnefice alle sue responsabilità.

E la giustificazione che lui ed i suoi epigoni forniscono, in ultima analisi, è derivata dalla abusata e stantìa figura retorica della "povera donna", dall'inserimento della necessità di fare i conti "con il rifiuto della maternità che incombe sulla donna come un problema millenario".
Questa è spazzatura intellettuale!

La "povera donna" non è altro che un derivato evolutivo della "colpa della società", ossia del pervicace rifiuto socialista della responsabilità individuale, necessario corollario della libertà individuale. La "povera donna" rimane incinta per fatto proprio, per suo lassismo, nessuno gli impone quell'essere nel grembo (al di là delle fattispecie residuali di stupro), e delle sue azioni ella è responsabile come chiunque altro.
E non è una questione di rifiuto di maternità. Madri non si diventa perché si partorisce, lo si diventa perché si alleva e cresce un figlio, ci si sottopone ad una serie interminabile di sacrifici e privazioni che chi non lo è non può neppure immaginare, per metterlo in grado di affrontare da solo il mondo.
Al confronto, il parto è una passeggiata in campagna.
Se non vuole essere madre, la povera donna può abbandonare il figlio alla nascita, è suo diritto sancito ed incontestabile. Ma non può ucciderlo! Non è cosa sua! Non le appartiene!

A questo punto, i netturbini dell'intelletto introducono lo spauracchio per eccellenza: la "mammana"! Ci dicono che se non permettiamo alla povera donna di sopprimere legalmente suo figlio, con tutte le comodità e spesata anche da me, ella lo farà clandestinamente, si recherà dalla mammana, che opererà con ferri da calza e senza igiene e senza vera perizia, con il rischio di rimetterci la pelle a sua volta.

Signori miei, il parlar franco è fatto per gli amici: e chi se ne fotte!
Un mandante d'omicidio pluriaggravato che tira le cuoia, pagando il fìo della sua scelleratezza, non è cosa che mi farà perdere il sonno.
E vi prego non tirate fuori la storiella della legalizzazione che avrebbe fatto diminuire il numero di questi omicidi. Chiunque pensi che clandestinamente venissero uccisi più delle decine di milioni di innocenti che vengono soppressi ogni anno con tutti i crismi legali da quando è stato dato il via alla mattanza, e senza che il padre possa dire una sola parola al riguardo (sempre a proposito di moralità), è un malato di mente.
Del resto, se anche fosse? Cosa dovrebbe significare? Ogni omicidio avviene clandestinamente, anche quello dei nati, ed in numero non minore. Perché non legalizziamo e regoliamo anche l'omicidio di chi è nato? Magari "diminuiscono" pure quelli....
Certo, c'è il piccolo ostacolo che il nato possa contestare educatamente la cosa, e presentarsi all'appuntamento con un M16 ed imbottire di piombo la "povera donna" o il "povero uomo" di turno.
Ma insomma, staremo mica a formalizzarci, no?

Un discorso serio su come limitare la pratica omicida denominata aborto non può fare altro che vietarla e condannarla per quella che è!
Un discorso serio al riguardo non può andare oltre la necessità per ogni legislazione decente di considerare la donna in gravidanza come soggetto sociale privilegiatissimo, rendendo quello stato un tale onore e privilegio da causare dispiacere quando cessi. E continuare a sostenerla dopo, nella famiglia, se decide di non abbandonare il bambino, quando dovrà dedicarsi alle cose veramente difficili.
L'altra faccia della medaglia di tale legislazione è una educazione sessuale effettiva, che la metta a conoscenza dei mille modi esistenti per non rimanere incinta, se non lo vuole.

Ma se ci rimane, deve far nascere il bambino. Non ha altri obblighi, ma non c'è nessuna scelta!
Deve farlo nascere, o subire le conseguenze se lo uccide. Ed il farlo mentre quello ancora non respira non cambia di una virgola i termini della questione.

La questione è chiarissima, in primo luogo, ripeto, per Della Vedova ed i suoi compagni.
I quali con lucida ed agghiacciante coerenza si formano a testuggine in difesa di Caino.

E si fotta pure Abele!

Noi ne prendiamo atto. Basta che non vengano a menarcela con la moralità.
E' un concetto di cui sono orribilmente privi!


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