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Diario


15 maggio 2008

CHATTANDO INTORNO AI MASSIMI SISTEMI

jack silver: senti, ho dato una prima lettura veloce a quello che mi hai mandato,quindi magari non l'ho colta….

Enrico: eh

jack silver: ma ciò premesso, tu sei davvero convinto di aver fatto una vera critica, e non un atto di fede?

Enrico: un atto di fede a chi?

jack silver: al cosiddetto Caso

Enrico: beh sai, in mancanza di prove, è sempre e comunque un atto di fede

quello che vorrei evitare è di fare un salto nel vuoto vertiginoso, perché il salto nel vuoto lo fai in ogni caso, certo vorrei qualcosa che mi convince che cado dal primo piano, piuttosto che dal 30esimo.

io non è che ho fatto una critica dell'ID, c'è poco da criticare. mi dice: è opera di una intelligenza superiore, c'è poco da criticare, tu puoi criticare l'evoluzionismo quanto vuoi perché comunque in modo scomposto tenta di rimanere nei canoni della scienza, introduci un elemento estraneo alla scienza e la critica va a farsi benedire

jack silver: senti, 'sta cosa è incredibile…che NON ci sia un disegno intelligente non è un'ipotesi estranea alla scienza? sono entrambe assunzioni metafisiche, e quindi piantatela con 'sta posa che sarebbe scientifico.

solo che il D.I. ha molto a supporto sotto il mero profilo logico-razionale, al contrario dell'evoluzionismo.

una critica a quest'ultimo, alle presunte prove di scientificità dai suoi sostenitori ciarlatanate, il D.I. la fa, una critica alla critica dovrebbe dire dove quella critica sbaglia, non dire che "c'è poco da criticare" all'ipotesi che c'è un disegno intelligente, c'è poco da criticare pure all'ipotesi che non ci sia, solo che il ragionamento che porta a sostenere che ci sia è molto più logico e probabile, ed è supportato da tutte le mancanze sperimentali che ci dovrebbero essere nel caso fosse vero il contrario

Enrico: logico... non lo so….dice: non ci sono prove che le specie siano evolute da una singola cellula originaria, quindi, con ogni probabilità qualcuno ci ha creato. ma che significa? chi? quando? ma soprattutto chi? questo CHI che ci ha creato dove sta, perché non si è più fatto vedere

jack silver: non è quello il problema, porcaccia miseria infame

a parte che 'sto fatto di non vedere........buttati dalla finestra, e ti ucciderà qualcosa che non vedi

il problema è che le ipotesi sono due: o c'è o non c'è un disegno intelligente, a cosa sia dovuto, chi lo abbia implementato, perché, e tutto il resto, non è argomento di discussione scientifica

ora, visto che prove a sostegno del fatto che non ci sia non ve ne sono, e questo è una prova SCIENTIFICA del contrario, visto anche che le probabilità sono decine di miliardi di volte a favore del fatto che ci sia, viste le leggi della termodinamica, uno conclude a favore del fatto che ci sia, e si ferma lì il discorso scientifico. il fatto che voi tutti reagite di fronte all'ipotesi Dio come il marito che si taglia il pene per far dispetto alla moglie non è una critica, ma una carenza d'affetto, secondo me.

Enrico: negli ultimi 150 anni abbiamo risolto misteri che sembravano appartenere alla sfera del soprannaturale, sia nell'ambito medico che nell'ambito naturale. quindi da persona che crede nella scienza e nelle sue possibilità di risolvere i misteri della vita. io credo che ci sia ancora la possibilità che riusciamo ad avere una risposta con i mezzi che la scienza ci offre e ci offrirà un domani. se questa mi dirà che c'è un disegno di qualcosa/qualcuno mi inchinerò a questo, ma non mi sembra una risposta possibile tra quelle che la scienza può dare, è come il medico che dice: è stato un miracolo

sì ok, definiamolo così, in verità è un modo per dire: è successo qualcosa che io medico, con i mezzi di cui dispongo ora, non riesco a spiegare

Jack silver: …..e poiché non voglio dire che è un miracolo, dico che è dovuto al Caso

Enrico: ma siccome col tempo siamo riusciti a spiegare tanto, tantissimo, e più andiamo avanti e + risposte abbiamo, confido sul fatto che arriverà il giorno in cui avremo una risposta logica (molto + logica, per quanto tu ritenga il contrario, di quella che vede la mano di un Dio dietro la creazione della vita) anche a questo mistero

Jack silver: per la verità, più risposte troviamo, più moltiplichiamo le domande, e confidare è certamente necessario per un atto di fede. quel che è sicuro intanto è che “caso” è solo il nome che date alla vostra ignoranza, un Ente non diverso da Dio se non per il fatto che non lo è, e quindi è più adatto al palato delle magnifiche sorti e progressive, e per il fatto che la sua opera ha probabilità di riuscita esprimibili con 1 su 1seguitodaquarantaquattromilazeri. Dopodiché procedete con il chiamare superstiziosi gli altri….. quando capirete che la scienza è solo un metodo di indagine, guarirete.

Enrico: poi ancora con queste leggi della termodinamica…le leggi della termodinamica conservano la propria valenza in sistemi chiusi, in sistemi aperti le cose non sono così semplici, e non mi aggrapperei a quei principi per scardinare l'evoluzionismo

jack silver: insomma in natura quelle leggi non valgono. Ho bisogno di un cicchetto..….

Enrico: sono sistemi aperti…premetto che io non ne so abbastanza in materia, ma comunque mi lasciano molto scettico, lascia molto scettico l'uso smaliziato di quei principi

jack silver: ma quale uso smaliziato, tu stai dicendo che in natura quelle leggi non valgono.

Enrico: sono principi la cui validità è dimostrata in sistemi chiusi, in sistemi aperti non so se conservano la loro validità o se necessitino di aggiustamenti

jack silver: appunto, non valgono in natura, è così?

Enrico: eh temo di no. poi scusa, sono principi conosciuti alla scienza da decenni, mi sembra strano che oggi li scoprano come qualcosa che da solo demolisce le ragioni dell'evoluzionismo, si sono svegliati adesso?

jack silver: no, più che altro adesso stanno riuscendo a parlare, visto che il Papato evoluzionista avrebbe da insegnare all'Inquisizione

comunque 'sto fatto che in natura le leggi della termodinamica non si applicano è notevole. io non spargerei la voce

Enrico: che vuoi che ti dica, magari tu sei un esperto di termodinamica e di fisica, io non lo sono, ma ricordo che molte leggi della fisica sono applicabili solo a sistemi chiusi, sicuramente i principi della termodinamica, poi se son validi anche ai sistemi aperti non me lo ricordo, magari sì, ma ho dei dubbi, lo vorrei verificare

jack silver: io ti condannerei ad essere chiuso in una stanza e buttare in aria un mazzo di 40 carte, e farti uscire solo quando quelle, cadendo, formino un castello su 3 livelli, cioè qualcosa centinaia di miliardi di ordini di grandezza meno complesso di una singola cellula, e mi dichiaro battuto se ci riesci prima del giudizio universale

Enrico: sì probabilmente siamo in quell'ordine di grandezza, ma Dio in che ordine di grandezza sta?

jack silver: di questo ne devi parlare con lo psicologo, il discorso è un altro

Enrico: eh ma scusa, cerchiamo di mettere le 2 cose sullo stesso piano

jack silver: scusa tu, ne abbiamo già parlato, non è il problema dell'esistenza di Dio o della sua definizione

è il problema che tra due e solo due ipotesi, progetto o caso (i.e. ordine che nasce dal caos) a favore della prima depongono logica, falsificazioni sperimentali della seconda, e leggi naturali (che però non si applicano in natura, come tu insegni)

Enrico: se parliamo di CASO sappiamo tutti e due di cosa parliamo. se parliamo di PROGETTO bisogna che mi fai capire, perché io PROGETTO non lo capisco. mi dici: PROGETTO = Dio, allora capisco. ma non puoi tenermelo nel vago

jack silver: te lo posso chiamare come vuoi

Enrico: non come voglio io, come vuoi tu. altrimenti se ti dico io, chiamiamolo Dio, tu mi dici: no non va bene

jack silver: no, veramente a te non va bene

Enrico: mi va benissimo invece

jack silver: quello che sto dicendo è che non è un problema di nomi

Progetto è comprensibilissimo come Caso, è il suo contrario. chi lo abbia ideato o perché non è oggetto di discussione scientifica, così come gli attributi del Progettista

Enrico: anche sta cosa delle probabilità…….tieni presente che parliamo:

1) di MILIARDI di anni

2) di un UNICO sistema conosciuto nell'universo in cui sia nata vita come la conosciamo

3) che il sistema terra ha subito nei suoi miliardi di anni di vita, mutazioni profondissime tanto che ora l'atmosfera è completamente diversa da quella che era qualche mld di anni fa.

quindi ok, parliamo di ordini di grandezza molto bassi, ma non parliamo proprio di improbabilità

jack silver: no, non bassi, tendenti allo zero, e adorare quel livello di probabilità è pura superstizione

1) i 1) I miliardi di anni che non ti basterebbero per ottenere un solo capitolo sensato buttando a caso 31 caratteri letterali.

2)   2)A rigore, quella mi pare piuttosto una prova a favore del Progetto.

3) sì, e allora?

Enrico: però devi anche spiegarmi perché il DISEGNO ha deciso proprio qui e non su tutti i pianeti, o su un altro pianeta

jack silver: non ti devo spiegare un cazzo. ti ho appena detto che il perché non è oggetto di discussione

Enrico: beh per me lo è

jack silver: sì, perché per voi è questione religiosa, non scientifica

Enrico: perché tra le 2 teorie sono diverse anche per un elemento essenziale: nel caso, non c'è un agente, nel progetto un agente c'è. e io vorrei sapere che cazzo ha in mente sto agente scusa. non è che possiamo dire che c'è e fermarci lì

jack silver: dobbiamo, non possiamo, è una discussione scientifica. per le carenze affettive c'è lo psicologo, che non serve a niente, ma di meglio non c'è

Enrico: non è una discussione scientifica se mi dici: c'è un agente che ha progettato e deciso ma non chiedermi altro

jack silver: ah, lo sarebbe se invece ti dicessi "mo' gli faccio una telefonata e mi faccio dire un paio di cosette". ti dico che è una questione mentale….. e comunque io dico piuttosto che c’è un progetto, un’intelligenza ordinante, per questo e questo e quest’altro motivo; sul Progettista non so niente, né è possibile averne una conoscenza scientifica.

Enrico: se io ti dico: guarda quella persona è guarita perché quell'altra persona gli ha fatto qualcosa, tu mi devi dire cos'ha fatto quest'altra persona e perché. altrimenti io posso pensare che l'intervento dell'altra persona non abbia avuto alcun effetto e il malato sia guarito PER CASO

jack silver: cosa ha fatto lo vedi ogni giorno, il perché non appartiene alla discussione scientifica, i fini sono a questa estranei, ma magari nella scienza nel cui ambito non trovano applicazione naturale le leggi della termodinamica gli appartengono. al limite puoi vedere il come, e tali modalità si rivelano sempre più spaventosamente complesse nel nostro caso.

Enrico: io non vedo niente sei tu che mi devi dire che ciò che vedo devo porlo in diretta relazione alla sua opera

jack silver: se non vedi niente è inutile continuare, non mi piace parlare da solo

Enrico: io vedo, ma ricondurlo a lui non riesco, non è una cosa che mi viene spontanea

jack silver: lo so benissimo, ma è un problema psicologico, ti ripeto

Enrico: non so, non è una cosa che mi tormenta

jack silver: no, tormentate gli altri che non lo hanno

Enrico: ma dai non è vero. anzi, è vero il contrario piuttosto

jack silver: macché, il contrario era vero fino ad un paio di secoli fa in Occidente

Enrico: cmq vorrei sapere anche quante probabilità ci sono che una persona muoia colpita da un corpo estraneo penetrato nell'atmosfera, eppure è capitato.

Devo uscire.

jack silver: enormemente basse, ma miliardi di volte superiori a quelle per cui anche una singola cellula si sviluppi per urti casuali della materia.

Ciao.


14 aprile 2008

I NEMICI DI DARWIN - terza puntata

Nel 1996 in un articolo pubblicato dal biochimico ricercatore universitario Michael Behe sul New York Times, intitolato «Darwin al microscopio», compare per la prima volta l’«eresia» secondo cui esiste una teoria chiamata «progetto intelligente» che spiega meglio della teoria darwiniana l’origine delle complesse macchine molecolari.

Nello stesso anno si tiene alla Biola University di Los Angeles una grande conferenza che riunisce 160 studiosi sostenitori dell’Intelligent Design, che viene considerata il luogo ufficiale di nascita del movimento. Nel marzo e nell’aprile del 2001 due approfonditi e positivi articoli sul disegno intelligente compaiono in prima pagina sul Los Angeles Times e sul New York Times, sancendo l’accettazione e la visibilità pubblica raggiunta dal movimento. È l’inizio di una rivoluzione intellettuale che potrebbe cambiare completamente i paradigmi scientifici esistenti. Ma da dove vengono, e dove vogliono arrivare questi scienziati anticonformisti, che hanno osato sfidare la dominante e apparentemente inespugnabile ortodossia darwinista? A detta di tutti, la miccia che ha innescato questa esplosione è il libro pubblicato nel 1985 dal chimico e medico australiano Michael Denton, il cui titolo dice tutto: Evolution: a Theory in Crisis. Secondo Denton il darwinismo si trova nel bel mezzo di una «crisi», nel senso dato dal filosofo della scienza Thomas Kuhn a questo termine, perché «dal 1859 a oggi non è stato confermato da una sola scoperta empirica», e ha accumulato troppi problemi irrisolti, che non possono più essere ignorati. Vediamo i principali.

Processo al darwinismo
1) L’insostenibilità della generazione spontanea. Per gli evoluzionisti la vita si è sviluppata casualmente dalla materia inorganica, ma la generazione spontanea non è mai stata osservata in natura. Nell’Ottocento Luigi Pasteur dimostrò in via definitiva che i microrganismi non nascono spontaneamente dalla materia, ma solo da altri microrganismi vivi già presenti, e che quindi ogni vivente deriva sempre da un altro vivente. Ma nei libri di testo non si legge anche che nel 1953 lo scienziato Stanley Miller riuscì a ricreare la vita in laboratorio da una mistura chimica simile al brodo primordiale? La verità è ben diversa. Miller riuscì solo a far scaturire un aminoacido, ma per arrivare da questo a una cellula vivente il salto è lunghissimo. Inoltre oggi gli scienziati sono convinti che la mistura di metano e ammoniaca usata per quell’esperimento non corrisponda all’atmosfera primitiva della Terra. Allo stato attuale delle conoscenze scientifiche la nascita della vita organica dalla materia inorganica, lungi dall’essere facilmente ricreabile come voleva dimostrare Miller, rimane un evento così infinitamente improbabile da sembrare miracoloso. Occorre dunque riconoscere che la teoria evoluzionistica sull’origine della vita è una semplice ipotesi, o un atto di fede, ma non certo un fatto.

2) I limiti genetici alla macroevoluzione. Tra le prove addotte a sostegno dell’evoluzione, viene spesso ricordata la resistenza acquisita dei batteri agli antibiotici. Questa però è micro-evoluzione (un piccolo cambiamento interno alla specie), non macro-evoluzione (un passaggio da una specie a un’altra), perché i batteri rimangono sempre batteri e non diventano un altro tipo di organismo. Gli evoluzionisti ipotizzano tuttavia che, su lunghi periodi di tempo, la microevoluzione possa dar luogo a una macroevoluzione. Questa estrapolazione teorica, oltre a non essere mai stata osservata, non si concilia però con ciò che l’uomo conosce da secoli riguardo la selezione artificiale delle piante e degli animali. Sembrano esserci infatti dei limiti genetici che impediscono a una specie di trasformarsi in una specie diversa. I cani ad esempio, pur venendo incrociati dagli allevatori da millenni, spaziano dai chihuahua agli alani, ma sono sempre rimasti cani. Ancor più significativi sono gli esperimenti con i moscerini della frutta, perché la loro breve vita permette di osservare un gran numero di successive generazioni. Tuttavia, malgrado i tentativi di guidarne l’evoluzione, i moscerini della frutta non hanno mai modificato la loro natura. Al massimo è intervenuta qualche variazione, quasi sempre instabile e difettosa. Pare quindi che perfino i tentativi della scienza di manipolare geneticamente le creature verso uno scopo ben definito (l’opposto, si badi bene, del cieco processo darwiniano) incontrino delle barriere invalicabili che rendono impossibile la macroevoluzione.

3) I reperti fossili mancanti. Se la teoria di Darwin è corretta, la terra dovrebbe essere ricolma di reperti fossili appartenenti a organismi intermedi tra una specie e l’altra. Dopo 150 anni di ricerche, tuttavia, la situazione appare molto deprimente per i sostenitori di Darwin. La classica immagine dell’albero darwiniano della vita presente in quasi tutti i manuali di biologia, con i rami che si dipartono da un capostipite comune, non trova infatti corrispondenza con le scoperte della paleontologia. Non solo non sono mai stati ritrovati gli «anelli intermedi» tra una specie e l’altra, ma dai ritrovamenti fossili risulta, al contrario, che le specie viventi siano apparse più o meno simultaneamente, già perfettamente formate, nella grande esplosione di vita del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa. Tutte le supposte scoperte di forme transizionali intermedie (come l’Uomo di Piltdown, l’archaeopterix o l’archaeoraptor) si sono rivelate a un più attento esame degli errori di valutazione, se non dei veri e propri falsi costruiti ad arte. Davanti a questi «duri fatti», il famoso scienziato Stephen Jay Gould è stato costretto a riformulare la dottrina dell’evoluzione proponendo la teoria degli equilibri punteggiati, secondo cui l’evoluzione non avverrebbe per piccoli passaggi nel corso di lunghi periodi di tempo, ma con apparizioni improvvise di nuove specie senza transizione, alternate a lunghi periodi di stasi. È dubbio però che questa teoria possa salvare il darwinismo. Molti colleghi di Gould temono che egli possa diventare «il Gorbaciov del darwinismo», perché i suoi tentativi di salvare la teoria evoluzionista rischiano di distruggerla, così come l’ultimo segretario del Pcus ha distrutto il comunismo sperando di riformarlo.

4) L’inesorabile legge dell’entropia. In base alla seconda legge della termodinamica ogni sistema, lasciato a se stesso o al caso, perde energia, degrada e tende al disordine. Questa legge ferrea dell’universo è parte integrante della nostra esperienza quotidiana: senza manutenzione, cioè senza un intervento intelligente dall’esterno, tutte le cose si consumano e vanno in rovina. L’ordine è raro e difficile da ottenere; il disordine, al contrario, è lo stato più probabile. Se prendiamo un mazzo da poker con le carte ordinate per numero e per seme e lo mescoliamo, le carte si mischieranno. Non importa quante volte continueremo a mescolare il mazzo: le carte non torneranno più nell’ordine di prima, a meno che non le rimettiamo pazientemente a posto con un deliberato intervento intelligente. Ebbene, la teoria dell’evoluzione contraddice questa legge, perché presuppone che la natura, lasciata al caso, non tenda verso il caos o il disordine (cioè verso i risultati più probabili), ma evolva verso ordini superiori e complessi, statisticamente più improbabili: dalla materia inorganica alla materia organica, dagli esseri unicellulari a quelli pluricellulari, dagli esseri non intelligenti a quelli intelligenti. Ma una teoria può fare eccezione alla seconda legge della termodinamica? Lo scienziato Arthur Eddington, già ottant’anni fa, era convinto di no, e disse: «La legge dell’entropia detiene, a mio avviso, la posizione suprema tra le leggi della natura. Se una teoria si trova in contrasto con questa legge, non gli do alcuna speranza. Per essa non c’è niente da fare. È destinata a crollare nella maniera più umiliante».

L’“Intelligent Design” come teoria scientifica
È in questa situazione di forte insoddisfazione per il paradigma evoluzionista, e di ribellione al ferreo dogmatismo imposto dai neodarwinisti nei dipartimenti delle università, che verso la metà degli anni Novanta del Novecento prende forma il movimento scientifico dell’Intelligent Design (che in italiano si può tradurre come «disegno intelligente» o, meglio, come «progetto intelligente»). Il suo quartier generale è il Discovery Institute di Seattle, e tra i nomi di spicco si segnalano Michael Behe, David Berlinski, William Dembski, Michael Denton, Guillermo Gonzales, Philip Johnson, Stephen Meyer, Jonathan Wells e numerosi altri. La tesi centrale del progetto intelligente è che il caso e la selezione naturale, le forze che per i darwinisti spingono l’evoluzione, non sono sufficienti a spiegare le caratteristiche degli esseri viventi, la cui complessità si comprende meglio postulando una causa intelligente piuttosto che un processo senza direzione. Il disegno intelligente ripropone dunque, alla luce delle nuove scoperte della scienza e della tecnica, l’argomento classico secondo cui si può desumere l’esistenza di un progetto nell’universo dalle prove fornite dalla natura. Rispetto agli antichi apologeti del disegno intelligente, che avevano a disposizione solo la ragione e l’occhio nudo, oggi gli scienziati hanno il vantaggio di disporre di microscopi e telescopi moderni, che hanno permesso di scoprire delle forme di complessità prima inimmaginabili, come la cellula, la cui struttura organizzativa è immensamente più complicata di quanto si credeva ai tempi di Darwin; o come il Dna, con l’enorme quantità d’informazione che contiene; o come il principio antropico, secondo cui l’universo sembra essere finemente regolato, nei minimi dettagli, per rendere possibile la vita umana sulla terra, e che basterebbe alterare di un soffio una delle tante costanti dell’universo per renderla impossibile. Secondo i sostenitori del disegno intelligente, più l’ordine della vita e dell’universo si mostra complesso, più si indeboliscono statisticamente le probabilità della sua origine casuale, e più aumentano le probabilità di una causa intelligente. Al riguardo è fondamentale il concetto di «complessità irriducibile» elaborato dal biologo molecolare Michael Behe per descrivere quei meccanismi il cui funzionamento dipende dall’interazione di molte parti, e che non funzionerebbero per nulla se solo una di queste parti mancasse. Questi sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione perché nelle fasi intermedie non servirebbero a niente, ma devono necessariamente essere progettati e assemblati tutti in una volta, come solo l’intelligenza sa fare. Behe rileva che l’attento studio degli organismi a livello molecolare rivela l’esistenza di numerose macchine «irriducibilmente complesse», i cui processi di formazione non sono stati ancora spiegati in maniera plausibile dalla teoria evoluzionista. Per togliere dignità scientifica a questo genere di argomenti, l’establishment evoluzionista usa la tattica di equiparare il progetto intelligente al creazionismo biblico di matrice fondamentalista. La scienza, secondo la definizione dei darwinisti, dovrebbe limitarsi alle sole spiegazioni materialiste della realtà. Per i fautori del progetto intelligente, invece, dovrebbe essere aperta a tutte le conclusioni cui giunge la ricerca. Se le prove empiriche rendono plausibile l’esistenza di un disegno intelligente nella natura, perché un ricercatore non dovrebbe accettarle? Esaminando un sistema lo scienziato può inferire l’esistenza di un progetto intelligente, ma non può stabilire chi sia il progettista. È possibile immaginarlo come un essere supremo, ma non spetta agli scienziati descriverlo. Non c’è alcun rischio di commistione con la religione, perché la scienza a questo punto si ferma, lasciando il posto alla teologia.

Per chiarire i rapporti tra scienza, religione e progetto intelligente, il matematico William Dembsky ha fatto notare che l’individuazione degli indizi di un intervento intelligente è un’attività comunissima nei campi più disparati: si pensi all’archeologia, quando occorre stabilire se un oggetto ritrovato sia o meno un manufatto; al programma Seti per intercettare segni di intelligenza extraterrestre provenienti dal cosmo; alle investigazioni legali, per stabilire se un determinato evento è stato causato da un fatto naturale o da un’azione dolosa e intelligente; ai brevetti, dove occorre stabilire se si è verificata un’imitazione deliberata o dovuta al caso; all’analisi della falsificazione dei dati; alla crittografia e alla decifrazione dei codici segreti. In genere, davanti a un algoritmo informatico, un geroglifico, un utensile o un disegno sulle pareti di una caverna, l’uomo riesce a individuare in maniera intuitiva la causa intelligente dal tipo di informazione che vi è contenuta. L’Intelligent Design propone un metodo scientifico per scoprire, in maniera rigorosa e matematica, questi segni d’intelligenza nelle cose. A tal fine, Dembsky ha elaborato un «filtro» capace di identificare statisticamente in via generale se un determinato risultato è prodotto dall’intelligenza o dal caso. L’intelligenza lascia infatti dietro di sé la sua firma, quando l’informazione è complessa (cioè non riproducibile fortuitamente) e specifica (cioè corrispondente a un certo schema o modello indipendente). Nella definizione di Dembski, il progetto intelligente è la scienza che studia i segni dell’intelligenza. Ciò che rende questa scienza così controversa è il fatto che intende applicare le sue acquisizioni anche alla biologia, sfidando il veto evoluzionista. Vi sono infatti moltissimi sistemi del mondo naturale che gli evoluzionisti attribuiscono al caso, come l’origine e l’evoluzione della vita, che sono in verità così altamente improbabili da passare il severo filtro statistico proposto da Dembski, e rientrare necessariamente tra quelli progettati da un’intelligenza. Ogni persona sana di mente guardando i volti dei presidenti americani scolpiti sul monte Rushmore li attribuirebbe a una causa intelligente e non all’erosione naturale. Ma allora, se è logico vedere l’intelligenza all’opera in una scultura, come non vederla in un corpo umano infinitamente più complesso? Gli evoluzionisti rifiutano tuttavia di confrontarsi con il progetto intelligente e chiedono ai tribunali di espellerlo dalle scuole in quanto non scientifico. Negli Stati Uniti hanno vinto una prima battaglia nel tribunale di Harrisburg, che nel dicembre 2005, per bocca del giudice federale John E. Jones, ha deciso che l’insegnamento del disegno intelligente nelle scuole viola la separazione tra Stato e Chiesa. La sentenza è tuttavia fortemente criticabile, non solo perché si basa su una concezione laicista del principio di separazione ben lontana dagli intenti originari dei padri fondatori (in una società libera, infatti, i programmi scolastici dovrebbero essere affidati alle scelte del mercato, dei genitori o delle comunità locali, non delle autorità federali), ma anche perché non è compito di un giudice stabilire il carattere più o meno scientifico di una teoria. La questione va dibattuta tra gli scienziati, gli epistemologi e i filosofi della scienza, non dagli avvocati e dai pubblici ministeri nelle aule giudiziarie. Dalla parte opposta, si ribatte che il progetto intelligente è un vero programma di ricerca scientifico, perché non fa mai appello a Dio o all’autorità delle Scritture. A differenza del creazionismo, che parte dal libro della Genesi e cerca di dimostrarne la fondatezza scientifica, il progetto intelligente parte dall’esame dei dati empirici, e da questi inferisce l’esistenza di una causa intelligente responsabile della complessità specifica o irriducibile presente in natura. Le tesi del progetto intelligente, pertanto, sono falsificabili in senso popperiano come quelle di ogni teoria scientifica. Ad esempio, la conclusione secondo cui l’occhio è un organo irriducibilmente complesso, e quindi necessariamente progettato, può essere falsificata dimostrando le modalità precise con cui si è gradualmente formato nel tempo. In alcuni casi, come le indagini sul bioterrorismo, l’Intelligent Design potrebbe rivelarsi un utile strumento scientifico. Supponiamo che in futuro un virus o un batterio mai visto prima provochi un’epidemia mortale su vasta scala. A quel punto sarà importante sapere se il nuovo microrganismo sia sorto casualmente per evoluzione o se sia stato progettato in laboratorio, perché nel secondo caso potrebbe trattarsi di un attacco terroristico con armi biologiche. Chi può risolvere una questione come questa? Non certo i teologi o i filosofi, ma gli scienziati: usando proprio quelle tecniche scientifiche messe a punto dal progetto intelligente per scoprire i segni dell’intelligenza nella natura!

I rischi del materialismo
Nel mondo cattolico le teorie del disegno intelligente sono state accolte con interesse dal cardinale di Vienna Christoph Schönborn, che il 7 luglio 2005 ha pubblicato sul New York Times un articolo critico verso il darwinismo, e a quanto pare anche dallo stesso Papa Benedetto XVI, che nell’omelia della Messa di insediamento ha affermato: «Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio». Altre voci cattoliche, come quella del cardinale Paul Poupard, del gesuita Giuseppe De Rosa o dell’antropologo Fiorenzo Facchini, hanno però mostrato una certa ostilità verso l’Intelligent Design. Il progetto intelligente scuote infatti il tranquillo modus vivendi tra scienza e religione al quale molti si erano abituati. Temendo di essere tacciati di oscurantismo, la maggioranza dei cattolici ha infatti cessato da tempo di criticare le teorie di Darwin sposando una sorta di «teismo evoluzionistico», in base al quale il principio di evoluzione e il principio di creazione convivono su due piani diversi. Secondo questa visione «ecumenica», il disegno di Dio si attuerebbe attraverso le leggi evoluzionistiche della natura. Ci sono però alcuni problemi con il teismo evoluzionistico. In primo luogo, sopravvaluta eccessivamente le prove a favore dell’evoluzione. Una cosa è dire, come nella lettera di Giovanni Paolo II rivolta nel 1996 alla Pontificia Accademia delle Scienze, che la teoria evoluzionista è «più che un’ipotesi»; ma altra cosa è dire, come il biblista Gianfranco Ravasi, che «è ovvio che l’evoluzione esiste, non si possono ignorare i risultati della scienza». In secondo luogo, l’inserimento di Dio all’interno della visione evoluzionistica dà l’impressione di un’aggiunta posticcia e non necessaria, di cui la teoria darwiniana può tranquillamente fare a meno. I cattolici, ovviamente, non potrebbero mai accettare una teoria fondata su presupposti filosofici naturalisti o materialisti, ma è proprio sotto questa veste che la teoria di Darwin compare nei testi di biologia, dove l’evoluzione viene invariabilmente presentata come un processo «cieco», «non guidato» o «privo di direzione». La dottrina evoluzionista ha rappresentato un veicolo fondamentale per la diffusione dell’ateismo e del materialismo, e forse nessuna dottrina è stata capace di allontanare tanta gente dalla fede nel Dio creatore come quella di Darwin. A ragione lo scienziato Richard Dawkins, fervente darwinista, ha potuto affermare che «le teorie di Darwin ci hanno permesso di diventare compiutamente atei». In gioco, dunque, non c’è solo la verità scientifica, ma un’intera visione della realtà. Il dibattito fra il darwinismo e il progetto intelligente è infatti parte di un più ampio conflitto culturale tra coloro che ritengono che nella natura non vi sia alcun progetto morale intrinseco, e coloro che credono che nella natura vi sia un disegno, un ordine morale, che va rispettato. Perché se l’universo è quello descritto dai materialisti, allora l’uomo è interamente determinato dalla natura e quindi privo di libero arbitrio, la vita umana non ha alcun significato ultimo e non esiste alcun fondamento assoluto del bene e del male. Nel Ventesimo secolo i nazionalsocialisti e i comunisti hanno esplicitamente incorporato il darwinismo all’interno della loro ideologia proprio perché, degradando l’uomo al rango di un animale o, peggio, di un oggetto materiale sorto dalla fortuita combinazione di elementi chimici, erano liberi di annientarlo senza impacci d’ordine morale. Oggi, analogamente, i sostenitori della cultura della morte, dell’aborto, dell’eutanasia, dell’eugenetica, degli esperimenti sugli embrioni o della clonazione umana hanno bisogno di un universo che sia compatibile con i propri desideri, nel quale non può esserci posto per alcuna realtà spirituale o sovrannaturale. Un’etica materialista richiede necessariamente un universo materialista. Le guerre culturali sono dunque, in ultima analisi, guerre cosmologiche. Coloro che riusciranno a ricostruire la narrazione più convincente sulle origini dell’universo, della vita e dell’uomo conquisteranno anche la guida morale e culturale della società.
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E’ corretto addossare a Charles Darwin la responsabilità della diffusione negli Stati Uniti e in Europa, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, delle politiche eugenetiche miranti al miglioramento della razza attraverso il divieto dei matrimoni misti, le sterilizzazioni forzate, l’eutanasia per i disabili, fino allo sterminio delle popolazioni “inferiori”?

Chi si permette di porre un simile interrogativo si sente ripetere il ritornello già sentito a proposito di un’altra disastrosa ideologia: non bisogna confondere le buone teorie con le loro cattive applicazioni. Gli interessi di Darwin, ci viene assicurato, erano esclusivamente naturalistici, e i darwinisti sociali che applicarono i meccanismi della selezione alle vicende umane non andrebbero considerati come suoi seguaci, ma come traditori della sua eredità.

E’ lecito tuttavia sollevare qualche dubbio, soprattutto oggi che sui temi bioetica gli evoluzionisti più convinti riscoprono l’eugenetica sotto vesti più progressiste e umanitarie. La lettura de “L’origine dell’uomo” (ed. Studio Tesi, 1991), pubblicato nel 1871, ci presenta infatti un Darwin relativista morale, convinto dell’esistenza di una gerarchia tra le razze umane e favorevole all’eugenetica. In quest’opera Darwin nega l’esistenza della legge naturale su cui si fondava da quasi duemila anni la morale cristiana, e propone un nuovo relativismo morale fondato sull’evoluzione. Le facoltà morali dell’uomo non farebbero parte della sua natura, ma evolverebbero “attraverso la selezione naturale, affiancata dall’abitudine ereditata”. Gli uomini primitivi che avevano sviluppato istinti sociali più forti, come la generosità, la fedeltà e il coraggio, formarono tribù più forti e coese, che eliminarono nella lotta per l’esistenza le tribù con regole morali meno sviluppate: “Una tribù ricca delle qualità suddette doveva ampliarsi e riuscire vittoriosa sulle altre tribù: ma nel corso del tempo doveva, a giudicare dalla storia, essere sopraffatta da altre tribù ancora più dotate. Così le qualità sociali e morali tendevano a progredire lentamente e a diffondersi per il mondo” (pp. 169-170). Questa spiegazione evoluzionistica della morale fornisce una base scientifica al relativismo morale, dato che la coscienza umana, sorgendo accidentalmente dalla selezione naturale, avrebbe potuto evolvere in qualsiasi forma: “Se per esempio, per prendere un caso estremo, gli uomini fossero allevati nelle stesse precise condizioni delle api, non v’è quasi alcun dubbio che le nostre femmine non maritate crederebbero, come le api operaie, loro sacro dovere uccidere i fratelli, e le madri tenterebbero di uccidere le figlie feconde; e nessuno penserebbe a opporsi” (p. 125). L’omicidio e l’infanticidio, sta dicendo Darwin, non possono essere condannati in sé, ma vanno valutati in base alla loro capacità di garantire la sopravvivenza del gruppo.

La brutalità del processo di sopravvivenza del più adatto e la sua mancanza di direzione sembrano però in contraddizione con l’idea che l’evoluzione sia moralmente progressiva. Infatti secondo Darwin le nazioni dell’Europa occidentale, dal punto di vista morale, “superano smisuratamente i loro progenitori selvaggi e sono al vertice della civiltà”, ma questa superiorità dell’uomo civilizzato (che include la simpatia per i propri simili e “il disinteressato amore per tutte le creature … fino agli animali più bassi”) è il prodotto di millenni di lotta per la sopravvivenza, che è lungi dall’essere terminata. Per Darwin anche il progresso morale, paradossalmente, richiede la distruzione delle razze “meno adatte” da parte di quelle più avanzate: “L’uomo, come tutti gli altri animali, ha senza dubbio progredito fino alla sua condizione attuale a opera della lotta per l’esistenza, frutto del suo rapido moltiplicarsi; e, se egli deve progredire ed elevarsi ancora di più, deve rimanere soggetto a una dura lotta” (p. 270). Tra gli intellettuali che esaltavano la guerra come “igiene del mondo”, questo tema ebbe una grande popolarità negli anni che precedettero la Prima guerra mondiale.

Nell’“Origine della specie” (1859) Darwin aveva spiegato che in natura la lotta per la sopravvivenza avviene tra le specie più simili: nell’“Origine” dell’uomo applica questa idea alla storia evolutiva dell’uomo, plaudendo alla necessaria e benefica estinzione delle razze meno favorite: “In un tempo avvenire, non molto lontano se misurato in secoli, le razze umane civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo alle razze selvagge. Nello stesso tempo le scimmie antropomorfe saranno senza dubbio sterminate. La lacuna tra l’uomo e i suoi più prossimi affini sarà allora più larga, perché invece di essere interposta tra il negro dell’Australia e il gorilla, sarà tra l’uomo in uno stato, speriamo, ancor più civile degli europei, e le scimmie inferiori come il babbuino” (p. 207). Il senso è chiaro: grazie alla selezione naturale la razza europea emergerà come distinta specie di homo sapiens, mentre le forme intermedie (lo scimpanzè, il gorilla, l’aborigeno australiano e il negro africano) si estingueranno.

La selezione naturale però non opera solo tra le razze, ma anche tra gli individui della stessa razza, e qui entra in scena l’eugenetica. Darwin osserva (una lamentela ripresa poi da eugenisti come Francio Galton ed Ernst Haeckel) che l’uomo civilizzato, malgrado la sua superiorità, ha uno svantaggio rispetto al selvaggio: “Fra i selvaggi i deboli di corpo e di mente vengono presto eliminati; e quelli che sopravvivono godono in genere di un ottimo stato di salute. D’altra parte, noi uomini civili cerchiamo con ogni mezzo di ostacolare il processo di eliminazione; costruiamo ricoveri per gli incapaci, per gli storpi e per i malati; facciamo leggi per i poveri; e i nostri medici usano la loro massima abilità per salvare la vita di chiunque fino all’ultimo momento. Vi è ragione di credere che la vaccinazione abbia salvato migliaia di persone, che in passato sarebbero morte di vaiolo a causa della loro debole costituzione. Così i membri deboli della società civile si riproducono. Chiunque sia interessato dell’allevamento di animali domestici non dubiterà che questo fatto sia molto dannoso alla razza umana. E’ sorprendente come spesso la mancanza di cure o le cure mal dirette portano alla degenerazione di una razza domestica: ma, eccettuato il caso dell’uomo stesso, difficilmente qualcuno è tanto ignorante da far riprodurre i propri animali peggiori … Dobbiamo perciò sopportare gli effetti indubbiamente deleteri della sopravvivenza dei deboli e della propagazione delle loro stirpe” (pp. 175-176). Tutto questo, per inciso, detto da un uomo che fu cagionevole di salute, e che ebbe figli tutti ugualmente fragili.

Alla fine del libro Darwin espone apertamente le sue proposte di politica eugenetica: “Se i vari ostacoli di cui abbiamo parlato … impediscono agli irrequieti, ai viziosi e agli altri elementi inferiori della società di accrescersi più rapidamente del gruppo di uomini migliori, la nazione regredirà, come è accaduto spesso nella storia del mondo” (p. 184). “L’uomo - continua Darwin – ricerca con cura il carattere e la genealogia dei suoi cavalli, del suo bestiame e dei suoi cani, prima di accoppiarli; ma quando si tratta del suo proprio matrimonio, di rado, o quasi mai, si prende tutta questa briga … Eppure l’uomo potrebbe mediante la selezione fare qualcosa non solo per la costituzione somatica dei suoi figli, ma anche per le loro qualità intellettuali e morali … D’altra parte, se i prudenti si astengono dal matrimonio, mentre gli avventati si sposano, i membri inferiori della società tenderanno a soppiantare i migliori”. “I due sessi - conclude Darwin – dovrebbero star lontani dal matrimonio, quando sono deboli di mente e di corpo; ma queste speranze sono utopie, e non si realizzeranno mai, neppure in parte, finché le leggi dell’ereditarietà non saranno completamente conosciute. Chiunque coopererà a questo intento, renderà un buon servigio all’umanità” (p. 269). Darwin propone la teoria, del tutto indimostrata, secondo cui i figli dei “non adatti” sarebbero anch’essi “non adatti”, negando così ogni importanza ai fattori ambientali, culturali e alle scelte personali.

Contrariamente a quanto sostiene la vulgata, perciò, ne “L’Origine dell’uomo” sono esposte tutte le tesi principali del darwinismo sociale e dell’eugenetica. Aderendo a questa nuova concezione materialista dell’uomo, ridotto a pura entità biologica, l’occidente ha preso una china rovinosa e ha generato quella cultura di morte con cui dobbiamo ancora oggi fare i conti.
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La clamorosa abiura dell’ateismo da parte di uno dei suoi esponenti più famosi, il filosofo Anthony Flew, raccontata e descrita sulle pagine del Dom da Philip Larrey, ha suscitato scalpore all’interno della comunità scientifica perché a fargli cambiare idea non è stata un’improvvisa illuminazione religiosa o una nuova argomentazione filosofica, ma le sempre più convincenti prove empiriche che sembrano dimostrare, per l’estrema complessità dell’universo e dei modi in cui si è formata la vita, il coinvolgimento di un’intelligenza superiore.

Flew ha cioè fatto proprio il “creazionismo scientifico” che il movimento dell’“Intelligent Design” (“disegno intelligente”) ha iniziato a far circolare con successo sulla scena pubblica statunitense a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso. La tesi centrale del “disegno intelligente” è che il caso e la selezione naturale, le forze che per i darwinisti spingono l’evoluzione, non sono sufficienti a spiegare le caratteristiche degli esseri viventi, la cui complessità si comprende meglio postulando una causa intelligente piuttosto che un processo senza direzione.

Questa rivolta contro le dominanti teorie evoluzioniste, nata all’interno del mondo scientifico, ha la sua data di origine nel 1985, anno di pubblicazione del libro Evolution: a Theory in Crisis di Michael Denton. Secondo questo chimico e medico australiano, la teoria evoluzionista aveva accumulato troppi problemi irrisolti che non si potevano più ignorare. Denton elencava in maniera dettagliata più di venti organi esistenti in natura, a partire dal polmone degli uccelli, che non avrebbero mai potuto formarsi a poco a poco, per numerose, successive e piccole modificazioni, perché nella forma intermedia non avrebbero funzionato.
La conclusione del libro era perentoria: la teoria darwiniana della macroevoluzione, che dovrebbe spiegare il passaggio da una specie all’altra, «dal 1859 a oggi non è stata confermata da una sola scoperta empirica ». In queste condizioni, avvertiva Denton, il paradigma scientifico del darwinismo era destinato a entrare presto in crisi.

Uomini e topi, e scienziati
Denton si considerava peraltro agnostico e non proponeva una teoria alternativa al darwinismo. Il suo libro si rivelò tuttavia decisivo nella nascita dell’“Intelligent Design” perché aveva un’impostazione scientifica molto più rigorosa del tradizionale creazionismo biblico. Anche l’attuale leader del movimento del “disegno intelligente”, il docente di Diritto dell’università californiana di Berkeley Philip Johnson, ha affermato di essersi «risvegliato dal sonno dogmatico» proprio grazie alla lettura di questo libro. La storia della conversione di Johnson è singolare: nel 1987, osservando la vetrina di una libreria scientifica di Londra, nota due libri affiancati, The Blind Watchmaker di Richard Dawkins – il più famoso sostenitore del darwinismo – ed Evolution: A Theory in Crisis di Denton. Li acquista entrambi e li legge senza interruzione la sera stessa. Alla fine le argomentazioni di Dawkins l’avevano lasciato perplesso, ma la critica di Denton gli era apparsa irresistibile.

Non essendo uno scienziato, Johnson decide che da quel momento avrebbe studiato quanto più poteva l’argomento. Negli anni successivi, terminato il periodo di preparazione, organizza dunque una serie di convegni in ambito universitario e s’impegna personalmente in decine di dibattiti pubblici con i maggiori campioni dell’evoluzionismo (come Stephen Jay Gould), mettendo le proprie notevoli capacità logiche e dialettiche, allenate in decenni di pratica giudiziaria, al servizio della critica al darwinismo.
Nel 1991 pubblica un libro che diventa una pietra miliare del movimento, Darwin On Trial, nel quale accusa i darwinisti di fondare le proprie teorie non su prove scientifiche, che anzi le smentirebbero, ma su una filosofia metafisica a priori, il materialismo. Il darwinismo, secondo Johnson, svolge infatti il ruolo di mito fondante della cultura moderna; funziona cioè come un dogma religioso che tutti debbono accettare come vero, piuttosto che come una ipotesi scientifica da sottomettere a test rigorosi.

L’attività di Johnson apre così la strada alle intuizioni di alcuni scienziati creativi che nella seconda metà degli anni Novanta sviluppano esplicitamente, in maniera costruttiva e positiva, una teoria a favore del “disegno intelligente”. Nel 1996 in un articolo pubblicato dal biochimico Michael Behe su The New York Times, intitolato (in traduzione) “Darwin al microscopio”, compare per la prima volta – tutto verrà poi sviluppato e approfondito nel libro Darwin’s Black Box. The Biochemical Challenge to Evolution – l’“eresia” secondo cui esisterebbe una teoria chiamata “disegno intelligente” in grado di spiegare meglio del darwinismo la formazione di tanti meccanismi molecolari “irriducibilmente complessi”, quali per esempio le funzioni della cellula o la coagulazione del sangue.

Il concetto di “complessità irriducibile” viene elaborato da Behe per descrivere quei meccanismi il cui funzionamento dipende dall’interazione di molte parti. Questi sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione, ma debbono necessariamente essere progettati e assemblati tutti in una volta, come solo l’intelligenza sa fare. Per spiegare il concetto in termini comprensibili, Behe fa l’esempio della trappola per topi, che è composta da cinque parti e che non potrebbe funzionare se anche solo una di queste venisse rimossa. La stessa cellula è infinitamente più complessa di quanto si poteva ipotizzare ai tempi di Charles Darwin.
La credibilità di Behe come scienziato dà al suo libro un grande successo (45mila copie vendute in un anno e centinaia di recensioni) e fa di lui il personaggio più in vista del movimento. I darwinisti lo accusano però di aver mischiato le proprie convinzioni cattoliche con la scienza. Ma per quale motivo, si chiede Behe, bisogna limitare l’oggetto della scienza alle sole spiegazioni materialiste, anche quando la ricerca conduce a spiegazioni diverse?

Se le prove empiriche rendono plausibile l’esistenza di un “progetto intelligente” nella natura, perché un ricercatore non dovrebbe accettarle? Esaminando un sistema, spiega Behe, lo scienziato può inferire l’esistenza di un “disegno intelligente”, ma non può stabilire chi sia il progettista. È possibile immaginarlo come un essere supremo, ma non spetta agli scienziati descriverlo. La scienza a questo punto deve fermarsi, lasciando il posto alla teologia.

Il filtro di William Dembsky
Un importante contributo alla questione del rapporto tra religione, scienza e “disegno intelligente” viene dunque sviluppato dal matematico William Dembsky nel libro Mere Creation del 1997, che raccoglie gl’interventi del convegno svoltosi nel novembre 1996 alla Biola University di Los Angeles, vero punto di svolta per l’intero movimento.
Dembsky osserva che in altri campi l’individuazione degl’indizi di un intervento intelligente è un’attività comunissima: si pensi all’archeologia, quando occorre stabilire se un oggetto ritrovato sia o meno un manufatto; al programma SETI per intercettare eventuali segni d’intelligenza extraterrestre provenienti dal cosmo; alle investigazioni legali per stabilire se un determinato evento sia stato causato da un fatto naturale o da un’azione dolosa e intenzionale; ai brevetti, dove occorre stabilire se si è verificata un’imitazione deliberata o dovuta al caso; all’analisi della falsificazione dei dati; alla crittografia e alla decifrazione dei codici segreti.

Nell’esperienza comune, infatti, la presenza d’informazioni viene sempre associata all’intelligenza, che si tratti di un algoritmo informatico, di un geroglifico, di un utensile o di un disegno tracciato sulle pareti di una caverna. Per Dembsky non c’è ragione per non applicare queste stesse tecniche anche alle scienze naturali, onde spiegare per esempio l’enorme quantità d’informazioni presente nel DNA come il prodotto di un “disegno intelligente”.
Dembsky propone infatti un “filtro” capace d’identificare statisticamente in via generale se un determinato risultato è prodotto dall’intelligenza oppure dal caso. A un primo livello si verifica se l’evento è altamente probabile, e in questo caso lo si può attribuire a cause naturali escludendo fin da subito che sia stato progettato. A un secondo livello, il filtro stabilisce se l’evento è solo mediamente improbabile (per esempio, una scala reale nel poker): anche in questa ipotesi il caso è una spiegazione sufficiente.

Al terzo livello del filtro rimangono solo i risultati altamente improbabili, ma anche in questi casi non li si può classificare subito come progettati. Debbono infatti anche essere “specifici”, ovvero debbono conformarsi a un determinato schema identificabile. Così, per esempio, se per cinque volte consecutive durante una partita di poker capita una scala reale alla stessa persona, è più razionale attribuire questi esiti non alla fortuna, ma alla deliberata azione di un baro.

Vi sono però moltissimi sistemi del mondo naturale che gli evoluzionisti attribuiscono al caso, come l’origine e l’evoluzione della vita, che sono in verità così altamente improbabili da passare questo severo test statistico e rientrare necessariamente tra quelli progettati da un’intelligenza. Ogni persona sana di mente, osserva Dembsky, guardando i volti dei presidenti degli Stati Uniti scolpiti sul famoso monte Rushmore, li attribuirebbe a una causa intelligente e non all’erosione naturale. Ma allora, se è logico vedere l’intelligenza all’opera in una scultura, come non vederla in un corpo umano infinitamente più complesso?

Le icone di Jonathan Wells
Un altro duro colpo all’ortodossia evoluzionista è poi arrivato dallo scienziato “iconoclasta” Jonathan Wells, il quale, per mettere in luce l’approccio dogmatico e fideistico con cui il darwinismo viene insegnato nelle scuole, ha denunciato, nel libro The Icons of Evolution (uscito nel 2000), le inaccuratezze scientifiche, se non le vere e proprie frodi, che riempiono i più diffusi manuali di biologia.
Le “icone” dell’evoluzione sarebbero quelle quattro immagini ormai classiche che da decenni continuano a essere riproposte nei testi degli studenti per illustrare le “conquiste scientifiche” del darwinismo: l’esperimento di Stanley Miller sull’origine della vita, l’albero della vita darwiniano, gli embrioni di Ernst Haeckel e l’archaeopterix, cioè il presunto anello di congiunzione tra i rettili e gli uccelli.

Malgrado la scienza abbia da tempo negato ogni loro validità, queste proverbiali quattro immagini continuano a essere proposte come se nulla fosse. Non è vero infatti che nel 1953 Miller riuscì a ricreare la vita in laboratorio da una mistura chimica simile al brodo primordiale: riuscì solo a far scaturire un aminoacido, ma per arrivare da questo a una cellula vivente il salto è lunghissimo. Anche l’immagine dell’albero darwiniano della vita, con i rami che si dipartono da un capostipite comune, non ha nessuna corrispondenza con le scoperte della paleontologia, dato che non sono mai stati ritrovati gli “anelli intermedi” tra una specie e l’altra. Dai ritrovamenti fossili, al contrario, sembra che le specie viventi siano apparse più o meno simultaneamente, già perfettamente formate, nella grande esplosione di vita del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa. E l’archaeopterix, come si è scoperto, non era affatto mezzo rettile e mezzo uccello: non era nemmeno il progenitore degli attuali uccelli, era solo il membro di un gruppo di uccelli totalmente estinto.

La presenza nei libri di testo dei disegni degli embrioni di Haeckel (uno dei padri fondatori dell’eugenetica, morto nel 1919) è però ancora più grave, trattandosi di una frode conclamata. L’obiettivo di Haeckel, mostrando la rassomiglianza tra diverse specie nelle prime fasi di vita, era quello di dimostrare l’origine comune di tutti i viventi, come se lo sviluppo dell’embrione riproducesse il meccanismo generale dell’evoluzione da uno stadio indifferenziato verso stadi differenziati. Peccato però che Haeckel avesse alterato di proposito i disegni degli embrioni e che avesse scelto degli esempi di comodo, oltretutto non riguardanti i primi stadi di vita.

Oggi i biologi sanno bene come gli embrioni delle varie specie all’inizio non si somiglino affatto tra loro. Per Wells una frode di questo genere, per altro ben risaputa, rappresenta l’equivalente accademico di un omicidio ed è altamente rappresentativa dei metodi sleali che l’establishment evoluzionista è disposto ad adottare per difendere le proprie teorie. Oggi, insomma, i fautori del “disegno intelligente” si sentono dei rivoluzionari intenzionati a trasformare il modo in cui l’origine della vita viene insegnata nelle scuole, nelle università e nei programmi televisivi, e affermano di voler combattere in nome della libertà di pensiero: non cioè per cancellare l’evoluzionismo dai programmi scolastici, ma per farlo studiare di più, approfondendone anche i punti deboli e le teorie alternative.
Per l’ortodossia darwinista sono avversari molto più pericolosi dei creazionisti biblici, perché grazie alle loro eccellenti credenziali accademiche hanno reso per la prima volta la critica antievoluzionista intellettualmente rispettabile.

Guglielmo Piombini


                         T H E      S U R V I V A L     O F      T H E      F A K E S T


11 aprile 2008

I NEMICI DI DARWIN - seconda puntata

Stephen Meyer ha l’aria del grande comunicatore, l’aplomb dello scienziato affascinante e convincente che può dominare un talk show e uscirne come l’alfiere di un pensiero nuovo e positivo. E’ uno di quelli, rari, che davvero convincono la gente a chiedersi: “Perché diavolo non ci avevo mai pensato prima?”.

Meyer, filosofo della scienza e teologo, è con Bruce Chapman e George Gilder il fondatore del Discovery Institute e il titolare del Center for Science and Culture, il think tank che promuove e diffonde le tesi dell’Intelligent Design come rivoluzionaria teoria delle origini della vita e che mette in discussione il neodarwinismo. Nelle radici culturali di Meyer c’è l’apologetica cristiana di C.S. Lewis, c’è la strategia del cuneo da infiltrare nelle maglie del materialismo, introdotta da Philip Johnson. Ma c’è anche l’adeguamento ai linguaggi moderni della comunicazione e della persuasione, prendendo le distanze dalle rigidità del creazionismo ed esponendo un atteggiamento conciliatorio, nel quale ansia di scientificità e desiderio di trascendenza provano a incontrarsi anziché a scontrarsi. Stephen Meyer è la faccia giusta dell’ID allorché prova a misurarsi con una società postmoderna e venata di influssi hollywoodiani come l’America metropolitana, lontano dai sospettosi torpori della provincia. Grazie a lui il Discovery Institute sopravvive sui finanziamenti del multimiliardario in odore di fondamentalismo Howard Ahmanson, che gli ha affidato il figlio per educarlo al sapere scientifico. E’ lo stesso Meyer a rievocare il giorno in cui Ahmanson gli disse: “Cosa sapresti fare se qualcuno ti fornisse il giusto sostegno economico?”. Il biondo, avvenente Meyer ha saputo certamente far fruttare l’investimento.

* * *

Dottor Meyer, mi dà la sua definizione di ID?
“L’Intelligent Design è una teoria scientifica basata su prove, secondo la quale alcune funzioni di sistemi viventi possono essere meglio spiegate attraverso una causa intelligente, che attraverso un processo spontaneo come la selezione naturale. Le principali scoperte che ci hanno condotto a queste conclusioni sono le piccole macchine miniaturizzate dotate di motore rotante, individuate all’interno della cellula: autentica nanotecnologia. L’altro elemento che ha condotto i nostri scienziati alla conclusione che la vita sia frutto di un progetto è il codice digitale a quattro caratteri incaricato di veicolare le informazioni e immagazzinato nel Dna. Qui siamo a Seattle e la persona più famosa in città è Bill Gates. Bill dice che il Dna somiglia a un software, ma è molto più complesso di qualsiasi programma mai creato fino a oggi. Ebbene: Gates usa dei programmatori per scrivere i suoi codici software. E la presenza di un software, o di qualcosa che funziona come un software all’interno delle cellule degli esseri viventi, punta dritto in direzione dell’esistenza di un disegno preordinato”.

Il testimonial più ricorrente della vostra teoria è il batterio flagellum. E’ un caso unico o solo un esempio di una vasta serie di fenomeni equiparabili?
“Il motore del flagellum è diventato famoso grazie a Michael Behe e al suo libro “Darwin Black Box”. E’ un meccanismo straordinario costituito da una serie di elementi attivi e ha l’aspetto di un motore assemblato da una catena di montaggio su scala infinitesimale, pari alla miliardesima parte di un metro. La sua funzione è spostare il piccolo batterio nel liquido ed è dotato anche di un circuito di trasmissione e ricezione dei segnali, a sua volta irriducibilmente complesso. A me piace dire che incarna un’altissima tecnologia in una vita di stadio bassissimo. Ma il motore del flagellum è solo uno dei tanti esempi di macchinari e circuiti cellulari dotate della proprietà che Behe ha chiamato dell’“irriducibile complessità”, consistente in un sistema di parti integrate che funzionano coordinandosi tra loro, in modo che la perdita anche di una sola delle parti provoca il non funzionamento dell’insieme. Abbiamo macchine che producono energia o abbiamo una macchina che controlla il flusso delle informazioni, situata nel nucleo della cellula, che si attiva con lo stesso principio grazie al quale in un albergo apri la porta della stanza con una chiave digitale, ovvero attraverso un sofisticato meccanismo di riconoscimento delle informazioni. Abbiamo macchine copiatrici delle informazioni genetiche sulla catena del Dna. E, più impressionante di qualsiasi esempio, abbiamo questo sorprendente patrimonio di informazioni genetiche immagazzinate tramite un codice digitale a quattro lettere che funziona esattamente come la programmazione di un software. Nei software si utilizza il codice binario, 0/1, nel sistema genetico il codice ha quattro lettere, che noi chiamiamo A/T/G/C: un vero sistema informativo, nanotecnologia nella cellula. Ai tempi di Darwin la cellula era vista come un organismo semplice. Thomas Huxley, il biologo collega di Darwin, diceva che la cellula era un globo di protoplasma indifferenziato, una specie di gelatina. Ma adesso sappiamo che è piena di tecnologia, per molti versi simile a quella che noi consideriamo una “nostra” tecnologia sofisticata”.

Tutto ciò che affermate sembra suffragato da prove. Perchè le vostre teorie ricevono accoglienze così brutali?
“Le cose che stiamo scoprendo nella cellula, se fossero scoperte in qualsiasi altro campo dell’esperienza umana, condurrebbero immediatamente alla conclusione che un agente intelligente, un progettista, ne è responsabile. Ma le nostre teorie provocano polemiche, perchè quando si parla dell’origine della prima forma di vita, gli esseri umani vogliono sapere chi ha disegnato tutto ciò. Perciò queste scoperte sollevano grandi interrogativi sull’identità del disegnatore e toccano questioni filosofiche e religiose assai delicate per gli scienziati, abituati come sono a pensare che la scienza si esprima sul mondo in chiave agnostica, atea e materialistica. L’idea che la scienza possa guardare in una direzione diversa suona minacciosa a quelli che associano meccanicamente la scienza al pensiero materialista”.

Come si è avvicinato all’ID?
“Ho studiato geofisica, specializzandomi in tecnologia di ricerca del petrolio. Nell’85 ho assistito a una conferenza sull’origine della vita a cui partecipava il biologo Dean Kenyon, che sosteneva che le informazioni contenute nel Dna indicavano la presenza di una causa primigenia intelligente, di un codificatore, se vogliamo dire così. Kenyon e soci si confrontavano coi teorici delle reazioni chimiche nel brodo primordiale e mi è sembrato subito chiaro che i loro argomenti fossero migliori. Ho approfondito l’argomento durante la specializzazione in Filosofia della Scienza a Cambridge e ho capito che le ipotesi dell’ID erano una risposta alla domanda storica: cosa ha fatto nascere la vita? Ho studiato le teorie di Darwin e quelle di uno dei suoi principali ispiratori, il geologo Charles Lyell che aveva messo a punto un metodo di ricerca scientifica basata sull’idea che cercando di ricostruire il passato non bisogna inventare cause stravaganti che non ci è possibile osservare, bensì individuare cause sulla base di effetti rilevabili anche oggi. Lyell diceva: “Bisogna ricostruire il passato su cause visibilmente in atto al presente”. A quel punto mi sono domandato: quali sono le cause rilevabili alla base delle informazioni oggi riproducibili attraverso l’esperienza? La mia conclusione è stata che c’era una sola causa possibile: l’intelligenza. Ironicamente, attraverso lo stesso metodo usato da Darwin e da Lyell, sono arrivato alla conclusione che la verificabilità della teoria del disegno intelligente in base alle informazioni presenti nel Dna era possibile e che un notevole sostegno arrivava dalle scoperte nel campo della biologia molecolare.

Questo per lei non significa un rifiuto assoluto dell’evoluzione?
“Quando noi ci battiamo in favore dell’ID non combattiamo l’evoluzione in se stessa. Evoluzione significa molte cose: significa cambiamento nel corso del tempo, o significa condivisione delle ascendenze. Noi certo non rifiutiamo queste interpretazioni dell’evoluzione. Personalmente sono scettico sul fatto che tutti gli organismi siano accomunati da una medesima origine, ma questo non ha a che vedere col mio sostegno alla teoria dell’ID. Ho studiato l’esplosione del Cambriano abbastanza da capire che in essa sono presenti diversi alberi della vita “interrotti” che impediscono di credere che all’origine del tutto vada posto un singolo albero della vita. L’ID non mette in discussione l’evoluzione come cambiamento nel corso del tempo, ma il principio che il cambiamento nel tempo sia stato casuale, senza un’intelligenza a fungere da guida. Richard Dawkins, l’alfiere del moderno darwinismo, dice che la biologia è lo studio di cose complesse apparentemente progettate con uno scopo e la parola chiave secondo lui è proprio quell’“apparentemente”. Secondo Dawkins la vita non sottostà a un progetto ma dà soltanto l’impressione di sottostare a un progetto. Questo è il pensiero che noi sfidiamo. La teoria dell’ID dice l’opposto: la vita non dà la sensazione d’essere stata progettata, ma è stata progettata da una reale intelligenza e non da un processo casuale che imita i procedimenti di un disegno intelligente. Perciò, quando noi ci battiamo contro l’evoluzione lo facciamo contro lo specifico darwinista che sostiene che la vita nasca da un processo casuale e non da un progetto intelligente”.

A un certo punto però dovete confrontarvi col problema dell’identità dell’agente intelligente. Voi vi fermate sul limitare della domanda, ma la gente non può accettarlo. Vuole la risposta definitiva.
“Certo, è inevitabile. Ma due questioni vanno prese in considerazione. La prima sono le prove scientifiche e ciò che mostrano. La seconda sono le implicazioni legate a queste prove scientifiche. I media americani hanno sempre affrontato in modo sbagliato questo punto, asserendo che l’ID sia basato sulla religione. Invece l’ID è basato su prove scientifiche. Ma la direzione verso cui queste prove puntano è quella di interrogativi filosofici e religiosi ben più ampi: chi è il designer? Noi sappiamo che la domanda è essenziale, ma ragionando scientificamente la identifichiamo come una “domanda di secondo ordine”. Perchè l’identità del designer è una questione religiosa e filosofica. La mia personale conclusione è che il designer è Dio. Le prove che abbiamo conducono a un designer molto più acuto di noi e, se le osserviamo dal punto di vista fisico, a qualcuno che era qui prima di noi. Ci sono prove biologiche e fisiche che portano a un progetto che va oltre le dimensioni del tempo e dello spazio, per come le conosciamo. E ciò sostiene la natura teistica del progetto e si accorda con la visione di Dio come designer. Ma questa resta comunque un’implicazione del lavoro scientifico, qualcosa a cui arrivare attraverso il ragionamento filosofico, non escludendo che altri sostenitori dell’ID arrivino a conclusioni diverse. Qui non siamo tutti teisti, non crediamo tutti in Dio. Anche se io credo”.

C’è chi sostiene che ridurre Dio a un progettista sia riduttivo.
“Certo. La sua natura di progettista discende soltanto dalle cose che possono essere viste in natura e dalle prove colte nel Dna, nelle macchine presenti nelle cellule e anche nella moderna cosmologia che ritengo contempli implicazioni teistiche. Ma questo è quanto puoi vedere di Dio nella Natura. Io poi ho una mia personale relazione con Dio, prego Dio e ho altri modi per conoscerlo e avvicinarlo”.

Nel suo lavoro scientifico ha sempre tenuto fuori della porta le implicazioni religiose?
“Il lavoro dell’ID riguarda sempre e solo le prove scientifiche. Dobbiamo rispondere alla domanda: com’è nata la vita? All’inizio ho accettato l’ipotesi evoluzionista sulle origini. Ma quando mi sono dovuto confrontare con le prove di sofisticate nanotecnologie nella cellula, con le informazioni contenute nel Dna, col problema di dimostrare le origini della vita senza avallare un disegno intelligente ma sostenendo che la Natura abbia costruito macchine così sofisticate e che le molecole sono capaci di processare informazioni a livelli da ipercomputer, a quel punto ho capito l’insostenibilità di queste tesi”.

Gli scienziati evoluzionisti, presentano la questione in termini diversi. Prendiamo la complessità dell’occhio. Secondo loro tutto è spiegabile risalendo per l’albero dell’evoluzione, fino ai primi fotoni sensibili alla luce.
“Quando ho capito come Darwin spiegava la genesi dell’occhio, in base ai meccanismi della selezione e delle variazioni casuali, avevo voglia di gridare allo scandalo. Oggi Richard Dawkins presenta alcune ipotesi basate sulla sensibilità delle cellule alla luce e sui graduali avanzamenti di un organismo di questo genere. Michael Behe si è confrontato con queste ipotesi e ha detto: bene, partiamo dagli spot sensibili alla luce. Nell’idea darwinista si può costruire qualcosa di complesso partendo da qualcosa di semplice, immaginando una serie di fasi intermedie che apportano miglioramenti funzionali all’organismo. Behe recide l’argomento alla radice dicendo che pensare che quegli organismi siano semplici è l’errore di partenza: i fotoni sono organismi già estremamente sofisticati e integrati. E questo perchè un’enorme complessità è già presente fin dagli inizi: in quel caso ci sono 11 proteine separate che formano il circuito chiamato “sequenza della visione” e ciascuna di quelle proteine deve essere esattamente in quel posto e possedere dimensioni esatte e relazioni prestabilite con le altre proteine. Cose che diamo per scontate, come l’occhio, risultano estremamente complesse a livello biochimico, come macchine sofisticate nelle quali ogni pezzo è funzionalmente integrato e il malfunzionamento di un singolo pezzo comporta il collasso dell’intero meccanismo. Credo che Behe abbia scompaginato le teorie di Dawkins”.

Mi presenta la sua teoria sulla esplosione del Cambriano?
“L’esplosione del Cambriano è un evento nella storia della vita, nel quale appaiono improvvisamente da trenta a quaranta diverse architetture di body plants (un body plant è un modo di organizzare parti del corpo e organi). Abbiamo dei trilobiti dotati di occhi, abbiamo pesci collocabili all’inizio del Cambriano, 530 milioni di anni fa. In tutto il pianeta, ma in particolare in Canada e in Cina, c’è questa repentina apparizione di nuove forme di vita. Domanda: come sono nate? Tanto più considerando che nei ritrovamenti fossili non c’è traccia delle strutture intermedie previste dall’albero della vita disegnato da Darwin. Non ci sono connessioni con forme di vita semplici risalenti a periodi anteriori e non c’è nessuna forma intermedia che suggerisca una graduale evoluzione di queste forme da qualcosa di più semplice. E’ un mistero: i fossili che troviamo non corrispondono a ciò che Darwin dice che dovremmo trovare. Tutte le tesi che hanno cercato di spiegare l’assenza di questi fossili sono cadute. Poi in Cina sono stati ritrovati – risalenti ad appena prima l’esplosione del Cambriano – microscopici fossili morbidi di embrioni di spugna. Fino a quel momento l’idea era che i fossili intermedi non potevano essere trovati perché troppo piccoli e troppo morbidi. Ma adesso troviamo microscopiche parti organiche morbide del Cambriano e pre- Cambriano. A questo punto i paleontologi si grattano la testa e dicono: se si sono preservati questi minuscoli fossili, perché non troviamo le forme organiche di transizione verso animali più grandi? Se si preserva un embrione, dovrebbe preservarsi un animale. Ma non ce n’è traccia. E ora un numero crescente di paleontologi arriva alla conclusione che l’esplosione del Cambriano sia un fatto reale: un avvento improvviso di nuove forme animali. Questo se si parla di fossili. Ma anche da un punto di vista ingegneristico c’è un interrogativo: come sono stati assemblati questi animali? Sono forme animali complesse, con cinquanta o sessanta tipi diversi di cellule e con un gran quantitativo di nuove informazioni genetiche necessarie a costruirle. Ai miei studenti di solito dico: se volete dare al vostro computer una nuova funzione, cosa fate? Lo sanno: devono programmare. Stessa cosa per la vita: per assemblare un organismo nuovo di zecca, bisogna dotarlo di una gran quantità di nuove informazioni. Quindi, quando guardiamo all’esplosione del Cambriano, in effetti stiamo guardando a un’esplosione di informazioni necessarie a costruire i nuovi animali. Noi crediamo, sulla base di esperienze ripetute, che solo un agente intelligente possa produrre informazioni, come solo un programmatore di computer può produrre software per computer. La presenza delle nuove informazioni necessarie a costruire gli animali del Cambriano è un potente indicatore di un evento nella storia della vita che ha richiesto la presenza di un disegno intelligente”.

Un altro enigma da spiegare per il darwinismo è l’uomo, gestore di linguaggi e simboli e padrone di una coscienza e di una consapevolezza senza precedenti.
“L’origine del linguaggio è un enorme problema per il neodarwinismo. Il linguista Noam Chomsky da tempo ha dichiarato che la ricostruzione evoluzionistica della nascita del linguaggio non funziona. E’ un mistero irrisolto. L’abilità di usare il linguaggio e organizzare il pensiero astratto è unico dell’essere umano, e non trova spiegazione rifacendosi a procedimenti materialistici di qualsiasi genere”.

Pensa che la sovrapposizione tra creazionismo e disegno intelligente si protrarrà nel tempo?
“ID e creazionismo sono spesso confusi tra loro. Non sono la stessa cosa e in particolare hanno due differenze-chiave: il creazionismo è una teoria del tempo che parte dal racconto del Libro della Genesi, ovvero basato su una particolare lettura della Bibbia. L’ID è basato su prove scientifiche e non è un’interpretazione delle Scritture, ma un’interpretazione di prove biologiche. L’ID è una spiegazione provata per l’origine delle complessità biologiche, non la deduzione di un dettato religioso. Sono diversi i contenuti ed è diverso il metodo, nel nostro caso basato sulla scienza, non sull’interpretazione delle Sacre Scritture”.

Far parte di una minoranza influenzerà la sua carriera?
“Ogni volta che un’idea scientifica è messa in discussione c’è resistenza, a opera dei suoi principali assertori. Questo dibattito possiede un’energia ancora maggiore, perché non tratta solo di un’idea scientifica, ma di qualcosa con implicazioni ben maggiori, dal momento che discutiamo su cosa abbia prodotto la vita. E’ un dibattito che accende passioni e diversi scienziati pagano prezzi alti per il loro sostegno all’ID. Ma al tempo stesso abbiamo una comunità scientifica in favore dell’ID che si sta ingrossando ai quattro angoli del mondo e un gruppo ancor più nutrito che mette in discussione le teorie neodarwiniste. Di conseguenza non credo che questa idea possa essere fermata da chi le si oppone cercando di reprimerla. E credo che la prossima generazione sarà determinante nel produrre l’effetto decisivo in favore delle nostre teorie. Thomas Kuhn nel suo libro sulla struttura della rivoluzione scientifica dice che non si cambiano le idee scientifiche finché coloro che le sostengono non vanno in pensione. La rivoluzione prende forma quando una generazione si ritira e la successiva prende il potere. E’ ciò che accadrà con l’ID”.

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Michael Behe è la punta di diamante della teoria del disegno intelligente. I suoi studi sull’irriducibile complessità del batterio flagellum, il successo popolare del suo libro “Darwin Black Box” nel quale presentava i suoi esperimenti e le sue tesi, ne hanno fatto l’uomo di punta del movimento, lo scienziato che percorre da solo la strada di una scoperta così rivoluzionaria da rischiare la persecuzione.

Il bello è che, suo malgrado, il 54enne professor Behe ci mette anche il phisique du role, che non è quello di un assertivo venditore di elisir magici, ma quello timido di un professore di provincia, un omino calvo e occhialuto, con una barba fricchettona e l’eloquio gentile, vestito sempre in camicie a scacchi e jeans. Behe insegna biochimica alla Lehigh University di Bethlehem una magnifica cittadina universitaria nella Pennsylvania Centrale ed è con Stephen Meyer il principale animatore del Center for Science and Culture al Discovery Institute di Seattle, il centro operativo dell’Intelligent Design.

Per incontrarlo, lasciamo Seattle e ci imbarchiamo su un volo per Philadelphia e poi viaggiamo per 150 chilometri attraverso lo stato che fu uno dei cuori pulsanti dell’industrializzazione americana e che oggi paga tutti i prezzi economici e sociali della postindustrializzazione. Del resto l’incontro con Behe è un passaggio obbligato verso la prossima tappa dell’inchiesta: il sopralluogo a Dover, l’incontro coi protagonisti e i testimoni del processo intentato al Disegno Intelligente a fine 2005 e l’intervista con il giudice Jones, autore di quella sentenza già entrata nella storia.

Bethlehem è una località divisa in due: in alto la città incantata, un gioiello utopico rimasto praticamente identico all’insediamento dei moraviani tedeschi. In basso lo scheletro nero della Bethlehem Steel Corporation, chiusa nel 2003 dopo essere stata una delle più importanti acciaierie della nazione. Il professor Behe vive a una decina di chilometri dall’università, dove non pare sia troppo popolare, se è vero che il sito del suo istituto di biochimica pubblica nell’home page un comunicato col quale i membri della facoltà si dissociano dalle teorie di Behe sull’irriducibile complessità e sulle conclusioni connesse. “Pseudo-scienza” l’insultante qualifica che i detrattori di Behe hanno coniato per le sue ricerche. E non si direbbe che al processo di Dover, a cui il professore ha testimoniato in favore della pretesa di scientificità dell’ID, gli sia andata meglio, stuzzicato dalle contestazioni dell’accusa e dalle richieste di precisazioni del giudice. Incontrando Behe, però, si ha la sensazione che questi incidenti di percorso difficilmente scalfiranno le sue convinzioni. Vive in una casa nei boschi, sulle colline attorno a Bethlehem, una location intatta e remota, che fa pensare un po’ all’eremitaggio mistico, un po’ alla comunione con la natura, un po’ a Unabomber. Apre la porta un magnifico bambino biondo e scalzo, e appena dentro s’inciampa in un’altra mezza dozzina di mocciosi sorridenti, oltre che in una moglie di origine italiana. Cortese e minuto, il professor Behe, ci porta su una veranda nel verde e comincia a rispondere, mentre i ragazzini giocano con le costruzioni tutto intorno.

Dottor Behe, al processo di Dover è stato messo alla sbarra il suo intero lavoro, a partire da quella piccola questione locale proiettata in chiave assoluta. Come interpreta questi eventi?
“Al processo, nonostante fosse in discussione solo la situazione specifica di un certo distretto scolastico, la domanda è diventata subito: l’ID può essere insegnato nelle scuole? Il passo successivo è stato chiedersi: cosa c’è dietro? Per questo motivo il processo ha provato ad analizzare quali fossero le prove in favore dell’ID. E da un angolo remoto della Pennsylvania Centrale ci siamo trovati collocati in questioni universali attinenti la religione, la filosofia e la scienza. In ogni caso credo sia stato un processo interessante”.

Lei ha deciso di contestare per iscritto le tesi esposte dal giudice Jones nella sentenza del processo.
“Il giudice nella sua sentenza ha deciso di deliberare non solo sulle eventuali finalità religiose alla base dell’iniziativa del consiglio d’istituto di Dover, che ha giudicato anticostituzionali in base a ciò che afferma la legge americana. Ma anche di decidere se l’idea di ID appartenga alla scienza o alla religione. E lui, che non è uno scienziato o un teologo, ha dichiarato che l’ID appartiene alla religione, e per maggior precisione al creazionismo. Io sono coinvolto nell’ID, ho scritto un libro sull’argomento, e giudico questa sua sentenza in completo contrasto con le mie conclusioni. Il giudice si è limitato ad accettare in toto i pareri di persone in opposizione all’ID e ha ignorato quelli delle persone che hanno sviluppato la teoria, come il sottoscritto. Dal momento che la sua sentenza ha ricevuto grande attenzione, volevo essere sicuro che le mie posizioni fossero a disposizione di chi volesse conoscere un diverso punto di vista”.

Cosa significa per uno scienziato credere nell’ID?
“Dal mio punto di vista credere nell’ID non modifica la prospettiva. Credo che il lavoro della scienza sia quello di osservare il mondo e capire come sia diventato ciò che è. Il più delle volte ci si trova a parlare di comuni cause fisiche, come il tempo atmosferico, le erosioni, le mutazioni della selezione naturale. Ma in certi casi queste non sembrano spiegazioni adeguate. Se studiamo i dati fisici ed essi indicano che un disegno intelligente li ha assemblati in un certo modo per un qualche scopo, non facciamo altro che il nostro lavoro, che è sempre quello di cercare di capire come funzionano e da dove vengono gli elementi che formano il nostro mondo. L’ID nella mia visione della scienza non è niente di più che una conclusione a cui mi portano i dati”.

In questo modo lei però deve fare scienza tenendo conto di un dato-chiave del quale scientificamente non comprendiamo niente.
“Beh, potrebbe essere difficile se fossimo in presenza di un designer che costantemente influenza il mondo che cerchiamo di studiare in quanto scienziati. Ma non è così e se questa è la realtà delle cose, bisogna trovare il modo migliore di relazionarsi ad essa. Nella scienza, poi, ci sono sempre fattori sconosciuti che improvvisamente possono saltar fuori. Non possiamo dichiarare che vorremmo che la realtà fosse fatta in modo che sia più facile studiarla: dobbiamo confrontarci con le cose per come ci appaiono. C’è quella vecchia barzelletta americana: una sera un ubriaco si mette a quattro zampe sotto un lampione. Passa uno e gli chiede che diavolo stia facendo. Lui risponde: ‘Sto cercando le chiavi della macchina’. E l’altro: ‘Le hai perse qui?’. ‘No’, risponde l’ubriaco ‘le ho perse là in fondo’. ‘E allora perché le cerchi qui?’. ‘Perché c’è più luce’, risponde l’ubriaco. Ci penso sempre quando qualcuno mi dice che bisogna escludere il disegno intelligente perché è difficile relazionarsi con esso. Se il mondo è fatto così, se le chiavi sono là in fondo, è inutile cercarle qui”.

Quando ha cominciato a convincersi dell’ID? E cosa pensa oggi delle teorie di Darwin?
“Sono cresciuto credendo nella teoria di Darwin perché è quella che mi è stata insegnata a scuola e non avevo motivi per mettere in discussione i miei insegnanti. E’ stato alla fine degli anni Ottanta, quando ero già professore associato alla Lehigh University, che ho letto un libro intitolato ‘Evolution: a theory in crises’ di Michael Denton, uno studioso di genetica australiano. Denton avanza una serie di obiezioni alla teoria di Darwin, senza peraltro proporre l’ID o un’altra teoria alternativa. Era stufo di sentir dire che il darwinismo fosse una teoria conclamata, quando ai suoi occhi c’erano un’infinità di problemi connessi. Il suo libro mi fece saltare agli occhi queste contraddizioni e al tempo stesso mi fece arrabbiare perché capii che ero stato spinto a credere cose che i dati reali non confermavano, ma che rimanevano in vigore per motivazioni sociali. Quello era ciò che ci si aspettava che tutti credessero. Da quel momento ho approfondito il tema dell’evoluzione ma c’è voluto un altro anno perché, attraverso una specie di progressione naturale, approdassi alle tesi del disegno intelligente. Oggi sono convinto che la teoria di Darwin spieghi alcune cose, che sia una buona teoria, ma che non spieghi tutte le cose che alcune persone pretendono che spieghi. Spiega la resistenza agli antibiotici (in realtà, ci sono spiegazioni migliori per tale resistenza ed anche lo spiacevole ritrovamento nei resti di alcuni marinai ritrovati nell'Artico di batteri resistenti agli antibiotici prima che gli antibiotici fossero inventati - ndM), spiega le piccole variazioni negli animali e nelle piante. Funziona. Ma non copre il grande lavoro che alcuni dei suoi sostenitori le attribuiscono”.

Può illustrare la sua teoria dell’irriducibile complessità?
“Nel suo testo ‘L’origine delle specie’ Darwin dice che se venisse dimostrato che qualcosa non può essere prodotto attraverso numerose, progressive e riuscite modificazioni, la sua teoria cadrebbe in pezzi. Questo significa che il darwinismo sostiene che è possibile costruire qualsiasi struttura o sistema biologico passo dopo passo, con minime variazioni, in un tempo molto lungo. E che a ciascun passo il sistema funziona sempre meglio – e in ogni caso funziona. Il problema per la teoria di Darwin è che molte cose in biologia, in particolare per quanto concerne la cellula, non vanno così. La cellula contiene molti diversi componenti e ha bisogno che ciascuno di questi componenti funzioni a dovere. Se uno o più di questi componenti non fanno il proprio dovere, il sistema si rompe. A questo punto però è molto difficile capire come possa essersi generato progressivamente un sistema che richiede una molteplicità di componenti. Io ho chiamato questo problema ‘irriducibile complessità’, basandomi sul principio che alcuni sistemi necessitano di molte componenti che lavorino simultaneamente. Come esempio uso quello della trappola per topi, un oggetto che tutti conoscono, formato da diversi pezzi, tutti indispensabili, nel senso che basta levarne uno e la trappola non funziona più. Molte cose in biologia funzionano allo stesso modo e sono difficili da spiegare nei termini della visione di evoluzione graduale sostenuta da Darwin”.

Ho letto dei suoi studi sul batterio flagellum. E’ un caso unico da lei riscontrato?
“E’ uno di migliaia. Quasi tutto nella cellula è molto complicato. Più la scienza studia la cellula, più capiamo che è ancora più complicato di quel che pensavano solo dieci anni fa ed estremamente più complicato di quanto credevamo quarant’anni fa. La cellula è piena di quelle che i biologi chiamano macchine molecolari e queste, come le macchine d’uso quotidiano, prevedono numerosi componenti – pensiamo a un motore che fa girare una ruota, o a cose del genere. La scienza chiama proteine le componenti delle macchine molecolari e molte proteine che ora conosciamo sono a loro volta dei composti complessi. In questi sistemi tutte le proteine devono funzionare e ciò significa che praticamente l’intera struttura della cellula è di una complessità irriducibile e costituisce un grosso problema per i sostenitori del darwinismo”.

Queste macchine non possono essere state costruite dalla Natura?
“Non si può mai dire ‘impossibile’ parlando di scienza. Diciamo che è altamente improbabile. Non abbiamo prove che ciò sia accaduto e nessuna rivista scientifica ha mai dimostrato che un occhio, o anche una struttura meno complessa, possa essere creata in base a mutazioni casuali o alla selezione naturale. Il problema è: puoi certamente ricavare macchine più semplici partendo da macchine più complesse, ma il darwinismo sostiene che si può passare dalle macchine semplici a quelle complesse attraverso processi casuali che avvengono nel corso della selezione naturale. Ma passare da una semplice macchina che lavora in un modo a un’altra macchina che agisce diversamente è un processo complicato. Torno alle trappole per topi, perché mi piacciono: si può avere una trappola semplice, fatta solo di colla. Metti della colla sul pavimento, il topo di resta attaccato ed è in trappola. Ma come arriviamo alla trappola meccanica partendo dalla colla? La colla non ha niente a che vedere con le parti meccaniche. In effetti ciò che si deve fare è riprogettare la trappola. E anche se hai una trappola fatta d’un paio di elementi e ne vuoi costruire una più complessa, con più elementi, anche in questo caso devi ridisegnare tutto. Questo richiede intelligenza. E’ improbabile che tutto ciò accada in base a mutazioni casuali. E se ci si rifà ai calcoli matematici delle probabilità, ci si rende conto che è improbabile che ciò potrebbe mai accadere lungo tutto il corso della presenza della vita sulla Terra”.

Nella sua riflessione, alla fine il disegnatore intelligente è Dio.
“Certo. Io sono cattolico e ho sempre creduto in Dio. Ma ho ricevuto l’insegnamento delle teorie darwiniste lungo tutti i miei studi nelle scuole della Pennsylvania e non ho mai notato contraddizioni teologiche tra la mia fede e l’apprendimento di questa teoria. Oggi semplicemente penso che il darwinismo non sia una buona spiegazione dal punto di vista scientifico. Quando parlo di designer, di solito non aggiungo la mia convinzione che si tratti di Dio, perché cerco di limitarmi a evidenziare ciò che le prove mostrano. Il batterio flagellum mostra che è stato progettato, ma non ha il nome del progettista marchiato da qualche parte, non c’è scritto ‘made by God’. C’è chi potrebbe pensare che sia stata una forza aliena a creare tutto ciò e io non ho elementi inconfutabili per dire che costoro abbiano torto. Io sono personalmente convinto che il progettista sia Dio, ma questo discende da ragionamenti filosofici e teologici. Perciò quando uso l’espressione ‘designer’ non cerco di nascondere nulla. Provo solo a essere prudente”.

Lei e i suoi colleghi vi ostinate a parlare di scienza, ma finite sempre con l’etichetta di creazionisti. Come se lo spiega?
“Quando il dibattito sull’ID è arrivato al grande pubblico, la maggioranza non ne aveva mai sentito parlare, né sapeva granché della cellula o di cosa sia accaduto nel mondo scientifico negli ultimi vent’anni. Così i giornali, quando volevano parlare dell’argomento si affidavano a categorie che i lettori potessero riconoscere. Tutti sapevano cosa fosse il creazionismo che crede nella verità letterale rivelata dal Libro della Genesi. Per i reporter è stato semplice fare l’equazione, dal momento che c’era sempre Dio di mezzo. E hanno cominciato a parlare di riaffiorare del creazionismo. Secondo me, tutto ciò non ha niente a che vedere col creazionismo, che è una convizione che parte dalla Bibbia e successivamente si mette in cerca di prove capaci di supportarne il dettato. L’ID invece guarda a dati scientifici e per essi ricerca la migliore spiegazione possibile. Se studi il flagellum, hai la precisa impressione che sia stato progettato. Il fatto che tutto ciò sia congeniale a un discorso religioso è secondario. Tutto parte da prove scientifiche”.

Sta ancora lavorando sul flagellum? E’ ancora il suo migliore amico?
“Il flagellum funziona a meraviglia per spiegare l’ID: è un motore fuoribordo che il batterio utilizza per muoversi. E’ un rotore. All’inizio gli scienziati pensavano non fosse niente di complicato, come capita spesso in laboratorio. Poi si approfondisce e viene fuori che è tutto più complesso. Negli ultimi trent’anni gli scienziati hanno dimostrato che il batterio flagellum è una complicata macchina molecolare. E’ piccola, ma ha un motore, un’elica e ha la capacità di autocostruirsi. Perché qui non ci sono gli uomini ad assemblarlo, ma è la cellula che deve autoprodurre i suoi macchinari. Io l’ho scelto perché è molto chiaro nelle foto e negli schizzi e il pubblico ne afferra subito la natura meccanica”.

Su cosa sta lavorando ora?
“Su un nuovo libro nel quale provo a spingere più avanti l’idea di ID. In ‘Darwin Black Box’ ipotizzavo che alcuni elementi della cellula fossero progettati da un’intelligenza. Adesso pongo una domanda: se qualcosa nella cellula è progettato e qualcosa no, dove si situa il confine tra i due settori? Che sarebbe come chiedersi dove sia il confine tra ID e Darwin, nella cellula. Prendiamo l’esempio dell’automobile. Uno può chiedersi: quali parti di questa macchina sono progettate e quali sono nate per caso? Ad esempio, se c’è un graffio su una fiancata, quello è stato prodotto dal caso. Ma il motore non è stato assemblato dal caso. Lo stesso accade nella cellula: mutazioni sono possibili, incidenti genetici capitano e alcune parti della cellula possono essere il risultato di processi casuali e della selezione naturale. Ma altre parti sono il prodotto di un progetto”.

A quali conclusioni arriva nel suo libro?
“La conclusione è che la progettazione si spinge in profondità nella cellula. La cellula è quasi interamente progettata. Ma il design non va confinato semplicemente alla cellula. Non penso che tutto il resto arrivi dalla selezione naturale e dalle mutazioni casuali. Negli ultimi dieci anni, gli studiosi di genetica interessati a come un organismo si sviluppi, hanno scoperto nelle cellule delle reti di comunicazione genetica sofisticate e complesse, fatte ad hoc per distinguere quale tipo di organismo si debba sviluppare: mammiferi, pesci, vermi e via dicendo. Questi network si collocano ben oltre i procedimenti darwiniani. Per cui oggi mi sento di poter affermare che l’ID si spinga oltre la cellula, dentro il mondo di organismi più complicati. Senza che ci sia bisogno di arrivare a parlare delle sfumature tra diverse razze canine, ma molto, molto avanti”.

Che cosa vede nel futuro dell’ID?
“Nel prossimo futuro l’ID resterà oggetto di una controversia, perché contiene sfumature filosofiche che continueranno a preoccupare molte persone. Ma sono anche convinto che in un futuro più lontano l’ID diverrà un’idea dominante, analizzando in quale direzione puntano le prove scientifiche. Più ne sappiamo attorno alla cellula, più ne afferriamo la complessità e l’eleganza, più questo ci porta a pensare a un progetto. A me basta osservare quanto si è approfondita, la conoscenza della cellula negli ultimi dieci anni, ovvero da quando ho scritto ‘Darwin Black Box’. E il trend non dà segni di cedimento. A dispetto delle affermazioni di molti oppositori dell’ID, ancora non ci sono risposte alla domanda su come questi organismi possano essersi sviluppati sulla base della mutazione casuale e della selezione naturale”.

Quale sarebbe la scoperta decisiva?
“Non credo ci sarà la scoperta magica. Altrimenti il motore fuoribordo del flagellum già basterebbe, con la sua sofisticatezza. Credo piuttosto sia utile che questa materia sia discussa a lungo e che gli studenti non vengano istruiti a una teoria immutabile sull’argomento. Bisognerebbe lasciarli riflettere finché non diventeranno gli scienziati del futuro, spero assai meno dogmatici sull’evoluzione e sul darwinismo. Saranno loro a capire che il disegno intelligente spiega molto più della vita di quanto facciano queste teorie. Diamo tempo al tempo”

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Giuseppe Sermonti, dopo aver trascorso una mattinata con lui, non mi sembra il pericoloso estremista che ho sentito descrivere. Non mi pare il diavolo e neppure l’acqua santa. Piuttosto uno scienziato poco convinto della priorità assoluta proprio della sua materia, la scienza, nel mondo delle idee e del progredire. Docente di genetica ma noto oppositore dello scientismo, Sermonti a un certo punto della carriera di ricercatore è uscito dal seminato e ha cominciato a pronunciare una serie di eresie che l’hanno isolato, ridotto in minoranza, arrivando a sbarrargli l’accesso ai luoghi deputati del dibattito scientifico. Oggi è un ironico uomo di cultura che sostiene con tocco dolcemente borghese la fede nelle sue idee. Che si accentrano attorno alla convinzione che il mondo scientifico abbia finito per restare stregato da un’idea illusoria dell’evoluzione darwiniana, della quale non è nemico ma critico scettico, allorché applicata all’intero sistema della vita. Sermonti oggi è un’eccezione nello scenario scientifico italiano e non a caso è stato notato e contattato – per la pubblicazione negli Usa del suo “Dimenticare Darwin” – proprio dalla gente del Discovery Institute di Seattle, il centro studi che è il principale propugnatore della teoria dell’intelligent design. Presto, a Seattle, sentirò parlare di lui con una devozione che non è la norma qui da noi. E mi ritroverò a ragionare sull’insostituibilità dell’ascoltare di persona le ragioni di un uomo, laddove la forza delle sue posizioni, qualsiasi esse siano, abbiano il carattere della rispettabilità e il dono dell’intelligenza.

* * *

Sermonti, pensavo d’imbattermi in un rovente confronto d’idee a colpi di tesi e antitesi. Invece intolleranza e rabbia sembrano farla da padrone.
“E’ così. Il dibattito in questo momento è soprattutto sul dibattito. Si deve dibattere o no? Sono stato a Topeka nel Kansas, per partecipare a un confronto tra evoluzionisti e sosteniori dell’intelligent design. Il problema è stato che i darwinisti non si sono presentati, perché non accettano di considerare il disegno intelligente come teoria scientifica. Concedergli il diritto alla contrapposizione equivale a dar loro una patente di scientificità che è proprio quella che non intendono rilasciare”

Cosa ne deduce?
“Un gran timore. Perché oggi la teoria darwiniana è in crisi completa. Ormai si difende solo negando agli interlocutori d’intervenire e proporre teorie alternative. Mi fa pensare alla discussione che ha avuto luogo in Italia in occasione delle ultime elezioni politiche: non si discutevano gli oggetti tematici, ma il diritto di discutere. Un metadibattito”.

Il problema di fondo, alla fine, è che scienza e religione non vogliono mescolare i loro argomenti?
“Questo mi sembra più che altro un pretesto. In effetti l’intelligent design non nomina mai Dio e non vuole che si assumano atteggiamenti di ordine religioso. E’ una teoria che si contrappone a un’altra teoria, esclusivamente con argomenti scientifici. L’accusa che si sente costantemente rivolgere, invece, è quella di essere solo una mascheratura del creazionismo”

Lei come la vede?
“Io penso che l’intelligent design non abbia a che fare col creazionismo né con la teologia. Io non la considero neppure una teoria scientifica, bensì una posizione scientifica: l’intelligent design chiede che si apra la discussione. L’evoluzionismo invece vuole chiudere la discussione: ormai sappiamo tutto, tutto è deciso. Ci mancano solo dei particolari da accertare, ma non vogliamo rimettere in discussione quella conquista di civiltà che è l’evoluzione. In effetti invece l’evoluzione sta morendo, è tenuta in vita artificialmente”.

Lei professa il più completo scetticismo verso la teoria dell’evoluzione?
“Io sono innanzitutto scettico sulla definizione di evoluzione: non sappiamo bene di cosa parliamo, quando parliamo di evoluzione. Per evoluzione s’intende “progresso”, secondo alcuni. Secondo altri s’intende invece “adattamento” e adattamento e progresso sono due cose in contrasto tra loro: il progresso è sviluppo in una direzione, adattamento vuol dire restringere, specializzare. Altri ancora rinunciano a tutti e due i termini e dicono: l’evoluzione è il cambiamento. Non c’è neppure un accordo sulla definizione. Poi ci sono tre punti fondamentali nel meccanismo dell’evoluzione: la mutazione, la selezione e la ricombinazione, ovvero la sessualità. Tutti e tre questi punti sono inadatti a spiegare l’evoluzione come progresso. Perché la mutazione è un fenomeno casuale, e non è con la mutazione che si può costruire qualcosa di complesso. La selezione è un fenomeno puramente riduttivo: elimina, non inventa. E la sessualità tende a confondere, a mescolare, mentre l’origine della specie è piuttosto un fenomeno di separazione, di isolamento. Quindi i tre meccanismi postulati dagli evoluzionisti per spiegare questo meccanismo mal definito, sono tutti e tre crollati”

Per l’avvento di una teoria come quella dell’intelligent design, che propone un’alternativa senza trascinarla fino alle estreme conseguenze, lei prova reale interesse?
“La ritengo utile nel processo di revisione del ciclo dell’evoluzione e soprattutto mi pare che provochi un’apertura di respiro, un sollievo. Io non potevo più venire a Roma a parlare di queste cose, l’università di Roma mi era preclusa, perché ero fuori del dogma. Un atteggiamento insostenibile nei confronti di chi prova a contestarlo”

L’ambiente scientifico ufficiale oggi accusa i sostenitori dell’intelligent design di cercare solo visibilità e appeal popolare.
“E’ certamente una guerra tra sordi. Ma quel materialismo, quell’ateismo che c’è al fondo dell’evoluzionismo, stanno prendendo altre strade. Oggi non s’interessano più tanto della natura quanto dell’ingegneria genetica e della manipolazione. E’ questo il modo in cui lo scienziato dimostra di saper fare quello che sa fare Dio. Non più studiare una natura che non dà soddisfazione, troppo complicata e difficile da ricostruire con quel fattore-tempo di miliardi di anni. Meglio allora il laboratorio, dove si può dimostrare d’essere capaci di creare un topolino. Mettendo tutti a tacere: Iddio non è più bravo di me. La capacità faustiana”.

Oggi, come vede, nell’ambito della controversia, la posizione della chiesa?
“La chiesa dice: vi concediamo tutto, però l’uomo no. L’anima umana no. Benedetto XVI dichiara: evoluzione sì, ma non a caso. Non il caso sovrano sul tutto, ma un “disegno”, un principio. Cosa che naturalmente ha creato entusiasmo tra i fautori del disegno intelligente. Il papa vuole un disegno, anche se poi magari gli dà un altro nome, principio, senso, ordine. E in effetti la teoria dell’evoluzione, così com’è accettata, è una teoria senza disegno, affidata al puro caso. Un’offesa al buonsenso, all’intelligenza umana, e anche alla scienza. Perché ciò che è affidato al caso non è più competenza della scienza. La scienza cerca l’ordine, i principi, la ripetizione. Non il caso”

La sua posizione è dunque quella d’un incoraggiamento alla tolleranza nei confronti del pensiero altrui.
“La mia posizione è quella di accettare tutto il coro che viene da tante voci umane e di non praticare alcun genere di censura, che poi è il terribile riduzionismo esercitato dalla teoria dell’evoluzione. A me la teoria dell’evoluzione non interessa neanche molto. Mi interessa lo stile col quale si lavora nei laboratori e nei convegni. L’evoluzione oggi mi pare una religione di stato, mi fa pensare al lysenkismo russo: bisogna pensare così perché il soviet supremo lo ha deciso. Ci troviamo in un’amara condizione, dalla quale cerco di uscire in tutti i modi, col mio personale sacrificio. Dobbiamo liberarci”.

(le interviste sono di Stefano Pistolini)


8 aprile 2008

I NEMICI DI DARWIN

Questa la dedichiamo a Maurizio Caprara.....

Sono anni che mi batto contro l’Evoluzionismo, e per necessità dialettica ho fatto quasi finta di credere che si trattasse di una Teoria Scientifica. In realtà all’Evoluzionismo manca una cosa per essere oggetto scientifico: una formulazione. Le definizioni di Evoluzione, che si trovano nei vocabolari letterari, sono esattamente quello di cui gli scienziati non vogliono sentir parlare. Il Devoto-Oli ha: "…passaggio lento e graduale degli organismi viventi da forme inferiori e rudimentali a forme sempre più complesse". Sbagliato, dichiarano gli scienziati di Harvard; l’evoluzione organica è una forma di adattamento locale che non implica alcuna forma di progresso. Poi ci ripensano e concludono che "adattamento" non significa nulla. Vuol dire "sopravvivenza", così che la migliore definizione dell’Evoluzione è la "sopravvivenza dei sopravvissuti". Se cercate nei glossari dei testi scientifici una definizione di Evoluzione potete trovarvi di fronte qualcosa del genere: "cambiamento di frequenze geniche in una popolazione, a buon diritto vi sentirete presi in giro, convinti come siete che l’evoluzione è qualcosa che dovrebbe consentire di passare da un batterio a una tigre, e non un’operazione statistica.

Ma allora che cos’è l’Evoluzionismo? E’ l’ovvietà secondo cui, se le cose ci sono, e un tempo non c’erano, in qualche modo e a un certo punto devono pur essersi formate, e il modo più banale e inoffensivo è quello di essersi formate un po’ per volta, gradatamente, passando dall’una all’altra. Questo vale per le nebulose, per gli organismi, per le lingue, per le culture, per gli strumenti musicali, per la tecnica, per tutto. Tale convinzione contiene l’ottimismo dell’ignorante, secondo cui all’inizio c’era l’amorfo e l’approssimato e poi è venuta l’opera raffinata; cioè l’idea che l’uomo sia nato dalla scimmia, un po’ per volta, per adattamenti, per tentativi. Fatto di cui non esiste l’ombra d’una prova, e non esiste la facoltà di dubitare.

Ma veniamo alla inveterata abitudine verbale dell’evoluzionista ad usare locuzioni come "ancora non c’era", o "già c’era", o "in via di sviluppo", che presuppongono un fatale e progressivo svolgersi dell’essere verso il meglio, ancorché la teoria non lo preveda. Trasferendo alla nostra cultura la sua fede, l’evoluzionista si scandalizza che nel duemila "siamo ancora a questo punto".

Di fronte ad ogni problema, è sempre stato un buon precetto quello di non adottare la prima soluzione, quella a portata di mano, la più felice. Ebbene, proprio l’adozione dell’ovvio "è" la ricetta dell’evoluzionista. Non richiede alcuna conoscenza, cultura, acume, può essere sostenuta da un analfabeta che di Darwin sappia solo che aveva la barba… Egli è autorizzato a sorridere con sufficienza se uno scienziato dubita che l’uomo discenda dalla scimmia. E da dove sennò? L’idea del progresso automatico esime dal problema di come improvvisa e solitaria emerge la grandezza. Giorgio De Santiliana (Il Mulino di Amleto) accusò questo "soporifero" gradualismo di essere la tenda sotto la quale nascondiamo la nostra ignoranza della storia.

Forse la più grave responsabilità culturale dell’evoluzionismo è proprio la generale opacità che esso ha disteso sulla realtà. Esso ha adottato il malvezzo, che Darwin ha inaugurato e i suoi seguaci sviluppato, di introdurre le affermazioni con dubitativi. "Forse", "potrebbe anche essere", "non si può escludere", "si può suggerire", "sarebbe ance possibile", e così via. Questo fraseggiare esonera dal portare prove, dal presentare argomenti. In questo modo la nostra povera immaginazione oscura tutto il meraviglioso, tutta l’imprevedibilità, tutta l’inaudita sfrontatezza con cui la natura compie le sue opere. Il mondo è andato come è andato, ma avrebbe potuto andare in qualunque altro modo, naturalmente anche senza di noi, senza la Terra e senza il mondo. Per questo, poco ci sorprende e poco ci interessa di come sia realmente andato. Il mondo degli evoluzionisti è un mondo in cui tutto cambia, senza che succeda mai nulla. In cui i problemi non si risolvono perché non ci sono, e questa è la soluzione di tutto. Un mondo virtuale.

Il duemila si apre con l’Ingegneria Genetica, che è una distruggitrice di misteri e di incanti molto superiore ai "potrebbe essere" dell’Evoluzione. Il Faust che costruisce l’uomo in provetta se la ride di come Iddio o la Natura si siano industriati a costruire Adamo. Un’autorevole rivista inglese (New Scientist) ha intestato il suo fascicolo "Evolution is dead" (l’Evoluzione è morta). E argomenta così: che cosa può importarci più della decrepita Evoluzione quando le specie cambiano sotto le nostre mani in pochi giorni? Non abbiamo più bisogno di Dio, ma neppure della Natura, cioè di quella dea baschereccia, che abbiamo tenuto in carica in attesa di prendere il potere direttamente in pugno? Ma l’Ingegneria Genetica funzionerà? Personalmente, ne dubito. I biologi stanno imparando ad usare i computer, e si prepara il trionfo di un altro tipo di ingegneria: la realtà Virtuale. L’evoluzione degli organismi virtuali è la biologia del futuro. Senza Dio, senza natura, senza Realtà.

Giuseppe Sermonti

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