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Diario


11 aprile 2008

I NEMICI DI DARWIN - seconda puntata

Stephen Meyer ha l’aria del grande comunicatore, l’aplomb dello scienziato affascinante e convincente che può dominare un talk show e uscirne come l’alfiere di un pensiero nuovo e positivo. E’ uno di quelli, rari, che davvero convincono la gente a chiedersi: “Perché diavolo non ci avevo mai pensato prima?”.

Meyer, filosofo della scienza e teologo, è con Bruce Chapman e George Gilder il fondatore del Discovery Institute e il titolare del Center for Science and Culture, il think tank che promuove e diffonde le tesi dell’Intelligent Design come rivoluzionaria teoria delle origini della vita e che mette in discussione il neodarwinismo. Nelle radici culturali di Meyer c’è l’apologetica cristiana di C.S. Lewis, c’è la strategia del cuneo da infiltrare nelle maglie del materialismo, introdotta da Philip Johnson. Ma c’è anche l’adeguamento ai linguaggi moderni della comunicazione e della persuasione, prendendo le distanze dalle rigidità del creazionismo ed esponendo un atteggiamento conciliatorio, nel quale ansia di scientificità e desiderio di trascendenza provano a incontrarsi anziché a scontrarsi. Stephen Meyer è la faccia giusta dell’ID allorché prova a misurarsi con una società postmoderna e venata di influssi hollywoodiani come l’America metropolitana, lontano dai sospettosi torpori della provincia. Grazie a lui il Discovery Institute sopravvive sui finanziamenti del multimiliardario in odore di fondamentalismo Howard Ahmanson, che gli ha affidato il figlio per educarlo al sapere scientifico. E’ lo stesso Meyer a rievocare il giorno in cui Ahmanson gli disse: “Cosa sapresti fare se qualcuno ti fornisse il giusto sostegno economico?”. Il biondo, avvenente Meyer ha saputo certamente far fruttare l’investimento.

* * *

Dottor Meyer, mi dà la sua definizione di ID?
“L’Intelligent Design è una teoria scientifica basata su prove, secondo la quale alcune funzioni di sistemi viventi possono essere meglio spiegate attraverso una causa intelligente, che attraverso un processo spontaneo come la selezione naturale. Le principali scoperte che ci hanno condotto a queste conclusioni sono le piccole macchine miniaturizzate dotate di motore rotante, individuate all’interno della cellula: autentica nanotecnologia. L’altro elemento che ha condotto i nostri scienziati alla conclusione che la vita sia frutto di un progetto è il codice digitale a quattro caratteri incaricato di veicolare le informazioni e immagazzinato nel Dna. Qui siamo a Seattle e la persona più famosa in città è Bill Gates. Bill dice che il Dna somiglia a un software, ma è molto più complesso di qualsiasi programma mai creato fino a oggi. Ebbene: Gates usa dei programmatori per scrivere i suoi codici software. E la presenza di un software, o di qualcosa che funziona come un software all’interno delle cellule degli esseri viventi, punta dritto in direzione dell’esistenza di un disegno preordinato”.

Il testimonial più ricorrente della vostra teoria è il batterio flagellum. E’ un caso unico o solo un esempio di una vasta serie di fenomeni equiparabili?
“Il motore del flagellum è diventato famoso grazie a Michael Behe e al suo libro “Darwin Black Box”. E’ un meccanismo straordinario costituito da una serie di elementi attivi e ha l’aspetto di un motore assemblato da una catena di montaggio su scala infinitesimale, pari alla miliardesima parte di un metro. La sua funzione è spostare il piccolo batterio nel liquido ed è dotato anche di un circuito di trasmissione e ricezione dei segnali, a sua volta irriducibilmente complesso. A me piace dire che incarna un’altissima tecnologia in una vita di stadio bassissimo. Ma il motore del flagellum è solo uno dei tanti esempi di macchinari e circuiti cellulari dotate della proprietà che Behe ha chiamato dell’“irriducibile complessità”, consistente in un sistema di parti integrate che funzionano coordinandosi tra loro, in modo che la perdita anche di una sola delle parti provoca il non funzionamento dell’insieme. Abbiamo macchine che producono energia o abbiamo una macchina che controlla il flusso delle informazioni, situata nel nucleo della cellula, che si attiva con lo stesso principio grazie al quale in un albergo apri la porta della stanza con una chiave digitale, ovvero attraverso un sofisticato meccanismo di riconoscimento delle informazioni. Abbiamo macchine copiatrici delle informazioni genetiche sulla catena del Dna. E, più impressionante di qualsiasi esempio, abbiamo questo sorprendente patrimonio di informazioni genetiche immagazzinate tramite un codice digitale a quattro lettere che funziona esattamente come la programmazione di un software. Nei software si utilizza il codice binario, 0/1, nel sistema genetico il codice ha quattro lettere, che noi chiamiamo A/T/G/C: un vero sistema informativo, nanotecnologia nella cellula. Ai tempi di Darwin la cellula era vista come un organismo semplice. Thomas Huxley, il biologo collega di Darwin, diceva che la cellula era un globo di protoplasma indifferenziato, una specie di gelatina. Ma adesso sappiamo che è piena di tecnologia, per molti versi simile a quella che noi consideriamo una “nostra” tecnologia sofisticata”.

Tutto ciò che affermate sembra suffragato da prove. Perchè le vostre teorie ricevono accoglienze così brutali?
“Le cose che stiamo scoprendo nella cellula, se fossero scoperte in qualsiasi altro campo dell’esperienza umana, condurrebbero immediatamente alla conclusione che un agente intelligente, un progettista, ne è responsabile. Ma le nostre teorie provocano polemiche, perchè quando si parla dell’origine della prima forma di vita, gli esseri umani vogliono sapere chi ha disegnato tutto ciò. Perciò queste scoperte sollevano grandi interrogativi sull’identità del disegnatore e toccano questioni filosofiche e religiose assai delicate per gli scienziati, abituati come sono a pensare che la scienza si esprima sul mondo in chiave agnostica, atea e materialistica. L’idea che la scienza possa guardare in una direzione diversa suona minacciosa a quelli che associano meccanicamente la scienza al pensiero materialista”.

Come si è avvicinato all’ID?
“Ho studiato geofisica, specializzandomi in tecnologia di ricerca del petrolio. Nell’85 ho assistito a una conferenza sull’origine della vita a cui partecipava il biologo Dean Kenyon, che sosteneva che le informazioni contenute nel Dna indicavano la presenza di una causa primigenia intelligente, di un codificatore, se vogliamo dire così. Kenyon e soci si confrontavano coi teorici delle reazioni chimiche nel brodo primordiale e mi è sembrato subito chiaro che i loro argomenti fossero migliori. Ho approfondito l’argomento durante la specializzazione in Filosofia della Scienza a Cambridge e ho capito che le ipotesi dell’ID erano una risposta alla domanda storica: cosa ha fatto nascere la vita? Ho studiato le teorie di Darwin e quelle di uno dei suoi principali ispiratori, il geologo Charles Lyell che aveva messo a punto un metodo di ricerca scientifica basata sull’idea che cercando di ricostruire il passato non bisogna inventare cause stravaganti che non ci è possibile osservare, bensì individuare cause sulla base di effetti rilevabili anche oggi. Lyell diceva: “Bisogna ricostruire il passato su cause visibilmente in atto al presente”. A quel punto mi sono domandato: quali sono le cause rilevabili alla base delle informazioni oggi riproducibili attraverso l’esperienza? La mia conclusione è stata che c’era una sola causa possibile: l’intelligenza. Ironicamente, attraverso lo stesso metodo usato da Darwin e da Lyell, sono arrivato alla conclusione che la verificabilità della teoria del disegno intelligente in base alle informazioni presenti nel Dna era possibile e che un notevole sostegno arrivava dalle scoperte nel campo della biologia molecolare.

Questo per lei non significa un rifiuto assoluto dell’evoluzione?
“Quando noi ci battiamo in favore dell’ID non combattiamo l’evoluzione in se stessa. Evoluzione significa molte cose: significa cambiamento nel corso del tempo, o significa condivisione delle ascendenze. Noi certo non rifiutiamo queste interpretazioni dell’evoluzione. Personalmente sono scettico sul fatto che tutti gli organismi siano accomunati da una medesima origine, ma questo non ha a che vedere col mio sostegno alla teoria dell’ID. Ho studiato l’esplosione del Cambriano abbastanza da capire che in essa sono presenti diversi alberi della vita “interrotti” che impediscono di credere che all’origine del tutto vada posto un singolo albero della vita. L’ID non mette in discussione l’evoluzione come cambiamento nel corso del tempo, ma il principio che il cambiamento nel tempo sia stato casuale, senza un’intelligenza a fungere da guida. Richard Dawkins, l’alfiere del moderno darwinismo, dice che la biologia è lo studio di cose complesse apparentemente progettate con uno scopo e la parola chiave secondo lui è proprio quell’“apparentemente”. Secondo Dawkins la vita non sottostà a un progetto ma dà soltanto l’impressione di sottostare a un progetto. Questo è il pensiero che noi sfidiamo. La teoria dell’ID dice l’opposto: la vita non dà la sensazione d’essere stata progettata, ma è stata progettata da una reale intelligenza e non da un processo casuale che imita i procedimenti di un disegno intelligente. Perciò, quando noi ci battiamo contro l’evoluzione lo facciamo contro lo specifico darwinista che sostiene che la vita nasca da un processo casuale e non da un progetto intelligente”.

A un certo punto però dovete confrontarvi col problema dell’identità dell’agente intelligente. Voi vi fermate sul limitare della domanda, ma la gente non può accettarlo. Vuole la risposta definitiva.
“Certo, è inevitabile. Ma due questioni vanno prese in considerazione. La prima sono le prove scientifiche e ciò che mostrano. La seconda sono le implicazioni legate a queste prove scientifiche. I media americani hanno sempre affrontato in modo sbagliato questo punto, asserendo che l’ID sia basato sulla religione. Invece l’ID è basato su prove scientifiche. Ma la direzione verso cui queste prove puntano è quella di interrogativi filosofici e religiosi ben più ampi: chi è il designer? Noi sappiamo che la domanda è essenziale, ma ragionando scientificamente la identifichiamo come una “domanda di secondo ordine”. Perchè l’identità del designer è una questione religiosa e filosofica. La mia personale conclusione è che il designer è Dio. Le prove che abbiamo conducono a un designer molto più acuto di noi e, se le osserviamo dal punto di vista fisico, a qualcuno che era qui prima di noi. Ci sono prove biologiche e fisiche che portano a un progetto che va oltre le dimensioni del tempo e dello spazio, per come le conosciamo. E ciò sostiene la natura teistica del progetto e si accorda con la visione di Dio come designer. Ma questa resta comunque un’implicazione del lavoro scientifico, qualcosa a cui arrivare attraverso il ragionamento filosofico, non escludendo che altri sostenitori dell’ID arrivino a conclusioni diverse. Qui non siamo tutti teisti, non crediamo tutti in Dio. Anche se io credo”.

C’è chi sostiene che ridurre Dio a un progettista sia riduttivo.
“Certo. La sua natura di progettista discende soltanto dalle cose che possono essere viste in natura e dalle prove colte nel Dna, nelle macchine presenti nelle cellule e anche nella moderna cosmologia che ritengo contempli implicazioni teistiche. Ma questo è quanto puoi vedere di Dio nella Natura. Io poi ho una mia personale relazione con Dio, prego Dio e ho altri modi per conoscerlo e avvicinarlo”.

Nel suo lavoro scientifico ha sempre tenuto fuori della porta le implicazioni religiose?
“Il lavoro dell’ID riguarda sempre e solo le prove scientifiche. Dobbiamo rispondere alla domanda: com’è nata la vita? All’inizio ho accettato l’ipotesi evoluzionista sulle origini. Ma quando mi sono dovuto confrontare con le prove di sofisticate nanotecnologie nella cellula, con le informazioni contenute nel Dna, col problema di dimostrare le origini della vita senza avallare un disegno intelligente ma sostenendo che la Natura abbia costruito macchine così sofisticate e che le molecole sono capaci di processare informazioni a livelli da ipercomputer, a quel punto ho capito l’insostenibilità di queste tesi”.

Gli scienziati evoluzionisti, presentano la questione in termini diversi. Prendiamo la complessità dell’occhio. Secondo loro tutto è spiegabile risalendo per l’albero dell’evoluzione, fino ai primi fotoni sensibili alla luce.
“Quando ho capito come Darwin spiegava la genesi dell’occhio, in base ai meccanismi della selezione e delle variazioni casuali, avevo voglia di gridare allo scandalo. Oggi Richard Dawkins presenta alcune ipotesi basate sulla sensibilità delle cellule alla luce e sui graduali avanzamenti di un organismo di questo genere. Michael Behe si è confrontato con queste ipotesi e ha detto: bene, partiamo dagli spot sensibili alla luce. Nell’idea darwinista si può costruire qualcosa di complesso partendo da qualcosa di semplice, immaginando una serie di fasi intermedie che apportano miglioramenti funzionali all’organismo. Behe recide l’argomento alla radice dicendo che pensare che quegli organismi siano semplici è l’errore di partenza: i fotoni sono organismi già estremamente sofisticati e integrati. E questo perchè un’enorme complessità è già presente fin dagli inizi: in quel caso ci sono 11 proteine separate che formano il circuito chiamato “sequenza della visione” e ciascuna di quelle proteine deve essere esattamente in quel posto e possedere dimensioni esatte e relazioni prestabilite con le altre proteine. Cose che diamo per scontate, come l’occhio, risultano estremamente complesse a livello biochimico, come macchine sofisticate nelle quali ogni pezzo è funzionalmente integrato e il malfunzionamento di un singolo pezzo comporta il collasso dell’intero meccanismo. Credo che Behe abbia scompaginato le teorie di Dawkins”.

Mi presenta la sua teoria sulla esplosione del Cambriano?
“L’esplosione del Cambriano è un evento nella storia della vita, nel quale appaiono improvvisamente da trenta a quaranta diverse architetture di body plants (un body plant è un modo di organizzare parti del corpo e organi). Abbiamo dei trilobiti dotati di occhi, abbiamo pesci collocabili all’inizio del Cambriano, 530 milioni di anni fa. In tutto il pianeta, ma in particolare in Canada e in Cina, c’è questa repentina apparizione di nuove forme di vita. Domanda: come sono nate? Tanto più considerando che nei ritrovamenti fossili non c’è traccia delle strutture intermedie previste dall’albero della vita disegnato da Darwin. Non ci sono connessioni con forme di vita semplici risalenti a periodi anteriori e non c’è nessuna forma intermedia che suggerisca una graduale evoluzione di queste forme da qualcosa di più semplice. E’ un mistero: i fossili che troviamo non corrispondono a ciò che Darwin dice che dovremmo trovare. Tutte le tesi che hanno cercato di spiegare l’assenza di questi fossili sono cadute. Poi in Cina sono stati ritrovati – risalenti ad appena prima l’esplosione del Cambriano – microscopici fossili morbidi di embrioni di spugna. Fino a quel momento l’idea era che i fossili intermedi non potevano essere trovati perché troppo piccoli e troppo morbidi. Ma adesso troviamo microscopiche parti organiche morbide del Cambriano e pre- Cambriano. A questo punto i paleontologi si grattano la testa e dicono: se si sono preservati questi minuscoli fossili, perché non troviamo le forme organiche di transizione verso animali più grandi? Se si preserva un embrione, dovrebbe preservarsi un animale. Ma non ce n’è traccia. E ora un numero crescente di paleontologi arriva alla conclusione che l’esplosione del Cambriano sia un fatto reale: un avvento improvviso di nuove forme animali. Questo se si parla di fossili. Ma anche da un punto di vista ingegneristico c’è un interrogativo: come sono stati assemblati questi animali? Sono forme animali complesse, con cinquanta o sessanta tipi diversi di cellule e con un gran quantitativo di nuove informazioni genetiche necessarie a costruirle. Ai miei studenti di solito dico: se volete dare al vostro computer una nuova funzione, cosa fate? Lo sanno: devono programmare. Stessa cosa per la vita: per assemblare un organismo nuovo di zecca, bisogna dotarlo di una gran quantità di nuove informazioni. Quindi, quando guardiamo all’esplosione del Cambriano, in effetti stiamo guardando a un’esplosione di informazioni necessarie a costruire i nuovi animali. Noi crediamo, sulla base di esperienze ripetute, che solo un agente intelligente possa produrre informazioni, come solo un programmatore di computer può produrre software per computer. La presenza delle nuove informazioni necessarie a costruire gli animali del Cambriano è un potente indicatore di un evento nella storia della vita che ha richiesto la presenza di un disegno intelligente”.

Un altro enigma da spiegare per il darwinismo è l’uomo, gestore di linguaggi e simboli e padrone di una coscienza e di una consapevolezza senza precedenti.
“L’origine del linguaggio è un enorme problema per il neodarwinismo. Il linguista Noam Chomsky da tempo ha dichiarato che la ricostruzione evoluzionistica della nascita del linguaggio non funziona. E’ un mistero irrisolto. L’abilità di usare il linguaggio e organizzare il pensiero astratto è unico dell’essere umano, e non trova spiegazione rifacendosi a procedimenti materialistici di qualsiasi genere”.

Pensa che la sovrapposizione tra creazionismo e disegno intelligente si protrarrà nel tempo?
“ID e creazionismo sono spesso confusi tra loro. Non sono la stessa cosa e in particolare hanno due differenze-chiave: il creazionismo è una teoria del tempo che parte dal racconto del Libro della Genesi, ovvero basato su una particolare lettura della Bibbia. L’ID è basato su prove scientifiche e non è un’interpretazione delle Scritture, ma un’interpretazione di prove biologiche. L’ID è una spiegazione provata per l’origine delle complessità biologiche, non la deduzione di un dettato religioso. Sono diversi i contenuti ed è diverso il metodo, nel nostro caso basato sulla scienza, non sull’interpretazione delle Sacre Scritture”.

Far parte di una minoranza influenzerà la sua carriera?
“Ogni volta che un’idea scientifica è messa in discussione c’è resistenza, a opera dei suoi principali assertori. Questo dibattito possiede un’energia ancora maggiore, perché non tratta solo di un’idea scientifica, ma di qualcosa con implicazioni ben maggiori, dal momento che discutiamo su cosa abbia prodotto la vita. E’ un dibattito che accende passioni e diversi scienziati pagano prezzi alti per il loro sostegno all’ID. Ma al tempo stesso abbiamo una comunità scientifica in favore dell’ID che si sta ingrossando ai quattro angoli del mondo e un gruppo ancor più nutrito che mette in discussione le teorie neodarwiniste. Di conseguenza non credo che questa idea possa essere fermata da chi le si oppone cercando di reprimerla. E credo che la prossima generazione sarà determinante nel produrre l’effetto decisivo in favore delle nostre teorie. Thomas Kuhn nel suo libro sulla struttura della rivoluzione scientifica dice che non si cambiano le idee scientifiche finché coloro che le sostengono non vanno in pensione. La rivoluzione prende forma quando una generazione si ritira e la successiva prende il potere. E’ ciò che accadrà con l’ID”.

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Michael Behe è la punta di diamante della teoria del disegno intelligente. I suoi studi sull’irriducibile complessità del batterio flagellum, il successo popolare del suo libro “Darwin Black Box” nel quale presentava i suoi esperimenti e le sue tesi, ne hanno fatto l’uomo di punta del movimento, lo scienziato che percorre da solo la strada di una scoperta così rivoluzionaria da rischiare la persecuzione.

Il bello è che, suo malgrado, il 54enne professor Behe ci mette anche il phisique du role, che non è quello di un assertivo venditore di elisir magici, ma quello timido di un professore di provincia, un omino calvo e occhialuto, con una barba fricchettona e l’eloquio gentile, vestito sempre in camicie a scacchi e jeans. Behe insegna biochimica alla Lehigh University di Bethlehem una magnifica cittadina universitaria nella Pennsylvania Centrale ed è con Stephen Meyer il principale animatore del Center for Science and Culture al Discovery Institute di Seattle, il centro operativo dell’Intelligent Design.

Per incontrarlo, lasciamo Seattle e ci imbarchiamo su un volo per Philadelphia e poi viaggiamo per 150 chilometri attraverso lo stato che fu uno dei cuori pulsanti dell’industrializzazione americana e che oggi paga tutti i prezzi economici e sociali della postindustrializzazione. Del resto l’incontro con Behe è un passaggio obbligato verso la prossima tappa dell’inchiesta: il sopralluogo a Dover, l’incontro coi protagonisti e i testimoni del processo intentato al Disegno Intelligente a fine 2005 e l’intervista con il giudice Jones, autore di quella sentenza già entrata nella storia.

Bethlehem è una località divisa in due: in alto la città incantata, un gioiello utopico rimasto praticamente identico all’insediamento dei moraviani tedeschi. In basso lo scheletro nero della Bethlehem Steel Corporation, chiusa nel 2003 dopo essere stata una delle più importanti acciaierie della nazione. Il professor Behe vive a una decina di chilometri dall’università, dove non pare sia troppo popolare, se è vero che il sito del suo istituto di biochimica pubblica nell’home page un comunicato col quale i membri della facoltà si dissociano dalle teorie di Behe sull’irriducibile complessità e sulle conclusioni connesse. “Pseudo-scienza” l’insultante qualifica che i detrattori di Behe hanno coniato per le sue ricerche. E non si direbbe che al processo di Dover, a cui il professore ha testimoniato in favore della pretesa di scientificità dell’ID, gli sia andata meglio, stuzzicato dalle contestazioni dell’accusa e dalle richieste di precisazioni del giudice. Incontrando Behe, però, si ha la sensazione che questi incidenti di percorso difficilmente scalfiranno le sue convinzioni. Vive in una casa nei boschi, sulle colline attorno a Bethlehem, una location intatta e remota, che fa pensare un po’ all’eremitaggio mistico, un po’ alla comunione con la natura, un po’ a Unabomber. Apre la porta un magnifico bambino biondo e scalzo, e appena dentro s’inciampa in un’altra mezza dozzina di mocciosi sorridenti, oltre che in una moglie di origine italiana. Cortese e minuto, il professor Behe, ci porta su una veranda nel verde e comincia a rispondere, mentre i ragazzini giocano con le costruzioni tutto intorno.

Dottor Behe, al processo di Dover è stato messo alla sbarra il suo intero lavoro, a partire da quella piccola questione locale proiettata in chiave assoluta. Come interpreta questi eventi?
“Al processo, nonostante fosse in discussione solo la situazione specifica di un certo distretto scolastico, la domanda è diventata subito: l’ID può essere insegnato nelle scuole? Il passo successivo è stato chiedersi: cosa c’è dietro? Per questo motivo il processo ha provato ad analizzare quali fossero le prove in favore dell’ID. E da un angolo remoto della Pennsylvania Centrale ci siamo trovati collocati in questioni universali attinenti la religione, la filosofia e la scienza. In ogni caso credo sia stato un processo interessante”.

Lei ha deciso di contestare per iscritto le tesi esposte dal giudice Jones nella sentenza del processo.
“Il giudice nella sua sentenza ha deciso di deliberare non solo sulle eventuali finalità religiose alla base dell’iniziativa del consiglio d’istituto di Dover, che ha giudicato anticostituzionali in base a ciò che afferma la legge americana. Ma anche di decidere se l’idea di ID appartenga alla scienza o alla religione. E lui, che non è uno scienziato o un teologo, ha dichiarato che l’ID appartiene alla religione, e per maggior precisione al creazionismo. Io sono coinvolto nell’ID, ho scritto un libro sull’argomento, e giudico questa sua sentenza in completo contrasto con le mie conclusioni. Il giudice si è limitato ad accettare in toto i pareri di persone in opposizione all’ID e ha ignorato quelli delle persone che hanno sviluppato la teoria, come il sottoscritto. Dal momento che la sua sentenza ha ricevuto grande attenzione, volevo essere sicuro che le mie posizioni fossero a disposizione di chi volesse conoscere un diverso punto di vista”.

Cosa significa per uno scienziato credere nell’ID?
“Dal mio punto di vista credere nell’ID non modifica la prospettiva. Credo che il lavoro della scienza sia quello di osservare il mondo e capire come sia diventato ciò che è. Il più delle volte ci si trova a parlare di comuni cause fisiche, come il tempo atmosferico, le erosioni, le mutazioni della selezione naturale. Ma in certi casi queste non sembrano spiegazioni adeguate. Se studiamo i dati fisici ed essi indicano che un disegno intelligente li ha assemblati in un certo modo per un qualche scopo, non facciamo altro che il nostro lavoro, che è sempre quello di cercare di capire come funzionano e da dove vengono gli elementi che formano il nostro mondo. L’ID nella mia visione della scienza non è niente di più che una conclusione a cui mi portano i dati”.

In questo modo lei però deve fare scienza tenendo conto di un dato-chiave del quale scientificamente non comprendiamo niente.
“Beh, potrebbe essere difficile se fossimo in presenza di un designer che costantemente influenza il mondo che cerchiamo di studiare in quanto scienziati. Ma non è così e se questa è la realtà delle cose, bisogna trovare il modo migliore di relazionarsi ad essa. Nella scienza, poi, ci sono sempre fattori sconosciuti che improvvisamente possono saltar fuori. Non possiamo dichiarare che vorremmo che la realtà fosse fatta in modo che sia più facile studiarla: dobbiamo confrontarci con le cose per come ci appaiono. C’è quella vecchia barzelletta americana: una sera un ubriaco si mette a quattro zampe sotto un lampione. Passa uno e gli chiede che diavolo stia facendo. Lui risponde: ‘Sto cercando le chiavi della macchina’. E l’altro: ‘Le hai perse qui?’. ‘No’, risponde l’ubriaco ‘le ho perse là in fondo’. ‘E allora perché le cerchi qui?’. ‘Perché c’è più luce’, risponde l’ubriaco. Ci penso sempre quando qualcuno mi dice che bisogna escludere il disegno intelligente perché è difficile relazionarsi con esso. Se il mondo è fatto così, se le chiavi sono là in fondo, è inutile cercarle qui”.

Quando ha cominciato a convincersi dell’ID? E cosa pensa oggi delle teorie di Darwin?
“Sono cresciuto credendo nella teoria di Darwin perché è quella che mi è stata insegnata a scuola e non avevo motivi per mettere in discussione i miei insegnanti. E’ stato alla fine degli anni Ottanta, quando ero già professore associato alla Lehigh University, che ho letto un libro intitolato ‘Evolution: a theory in crises’ di Michael Denton, uno studioso di genetica australiano. Denton avanza una serie di obiezioni alla teoria di Darwin, senza peraltro proporre l’ID o un’altra teoria alternativa. Era stufo di sentir dire che il darwinismo fosse una teoria conclamata, quando ai suoi occhi c’erano un’infinità di problemi connessi. Il suo libro mi fece saltare agli occhi queste contraddizioni e al tempo stesso mi fece arrabbiare perché capii che ero stato spinto a credere cose che i dati reali non confermavano, ma che rimanevano in vigore per motivazioni sociali. Quello era ciò che ci si aspettava che tutti credessero. Da quel momento ho approfondito il tema dell’evoluzione ma c’è voluto un altro anno perché, attraverso una specie di progressione naturale, approdassi alle tesi del disegno intelligente. Oggi sono convinto che la teoria di Darwin spieghi alcune cose, che sia una buona teoria, ma che non spieghi tutte le cose che alcune persone pretendono che spieghi. Spiega la resistenza agli antibiotici (in realtà, ci sono spiegazioni migliori per tale resistenza ed anche lo spiacevole ritrovamento nei resti di alcuni marinai ritrovati nell'Artico di batteri resistenti agli antibiotici prima che gli antibiotici fossero inventati - ndM), spiega le piccole variazioni negli animali e nelle piante. Funziona. Ma non copre il grande lavoro che alcuni dei suoi sostenitori le attribuiscono”.

Può illustrare la sua teoria dell’irriducibile complessità?
“Nel suo testo ‘L’origine delle specie’ Darwin dice che se venisse dimostrato che qualcosa non può essere prodotto attraverso numerose, progressive e riuscite modificazioni, la sua teoria cadrebbe in pezzi. Questo significa che il darwinismo sostiene che è possibile costruire qualsiasi struttura o sistema biologico passo dopo passo, con minime variazioni, in un tempo molto lungo. E che a ciascun passo il sistema funziona sempre meglio – e in ogni caso funziona. Il problema per la teoria di Darwin è che molte cose in biologia, in particolare per quanto concerne la cellula, non vanno così. La cellula contiene molti diversi componenti e ha bisogno che ciascuno di questi componenti funzioni a dovere. Se uno o più di questi componenti non fanno il proprio dovere, il sistema si rompe. A questo punto però è molto difficile capire come possa essersi generato progressivamente un sistema che richiede una molteplicità di componenti. Io ho chiamato questo problema ‘irriducibile complessità’, basandomi sul principio che alcuni sistemi necessitano di molte componenti che lavorino simultaneamente. Come esempio uso quello della trappola per topi, un oggetto che tutti conoscono, formato da diversi pezzi, tutti indispensabili, nel senso che basta levarne uno e la trappola non funziona più. Molte cose in biologia funzionano allo stesso modo e sono difficili da spiegare nei termini della visione di evoluzione graduale sostenuta da Darwin”.

Ho letto dei suoi studi sul batterio flagellum. E’ un caso unico da lei riscontrato?
“E’ uno di migliaia. Quasi tutto nella cellula è molto complicato. Più la scienza studia la cellula, più capiamo che è ancora più complicato di quel che pensavano solo dieci anni fa ed estremamente più complicato di quanto credevamo quarant’anni fa. La cellula è piena di quelle che i biologi chiamano macchine molecolari e queste, come le macchine d’uso quotidiano, prevedono numerosi componenti – pensiamo a un motore che fa girare una ruota, o a cose del genere. La scienza chiama proteine le componenti delle macchine molecolari e molte proteine che ora conosciamo sono a loro volta dei composti complessi. In questi sistemi tutte le proteine devono funzionare e ciò significa che praticamente l’intera struttura della cellula è di una complessità irriducibile e costituisce un grosso problema per i sostenitori del darwinismo”.

Queste macchine non possono essere state costruite dalla Natura?
“Non si può mai dire ‘impossibile’ parlando di scienza. Diciamo che è altamente improbabile. Non abbiamo prove che ciò sia accaduto e nessuna rivista scientifica ha mai dimostrato che un occhio, o anche una struttura meno complessa, possa essere creata in base a mutazioni casuali o alla selezione naturale. Il problema è: puoi certamente ricavare macchine più semplici partendo da macchine più complesse, ma il darwinismo sostiene che si può passare dalle macchine semplici a quelle complesse attraverso processi casuali che avvengono nel corso della selezione naturale. Ma passare da una semplice macchina che lavora in un modo a un’altra macchina che agisce diversamente è un processo complicato. Torno alle trappole per topi, perché mi piacciono: si può avere una trappola semplice, fatta solo di colla. Metti della colla sul pavimento, il topo di resta attaccato ed è in trappola. Ma come arriviamo alla trappola meccanica partendo dalla colla? La colla non ha niente a che vedere con le parti meccaniche. In effetti ciò che si deve fare è riprogettare la trappola. E anche se hai una trappola fatta d’un paio di elementi e ne vuoi costruire una più complessa, con più elementi, anche in questo caso devi ridisegnare tutto. Questo richiede intelligenza. E’ improbabile che tutto ciò accada in base a mutazioni casuali. E se ci si rifà ai calcoli matematici delle probabilità, ci si rende conto che è improbabile che ciò potrebbe mai accadere lungo tutto il corso della presenza della vita sulla Terra”.

Nella sua riflessione, alla fine il disegnatore intelligente è Dio.
“Certo. Io sono cattolico e ho sempre creduto in Dio. Ma ho ricevuto l’insegnamento delle teorie darwiniste lungo tutti i miei studi nelle scuole della Pennsylvania e non ho mai notato contraddizioni teologiche tra la mia fede e l’apprendimento di questa teoria. Oggi semplicemente penso che il darwinismo non sia una buona spiegazione dal punto di vista scientifico. Quando parlo di designer, di solito non aggiungo la mia convinzione che si tratti di Dio, perché cerco di limitarmi a evidenziare ciò che le prove mostrano. Il batterio flagellum mostra che è stato progettato, ma non ha il nome del progettista marchiato da qualche parte, non c’è scritto ‘made by God’. C’è chi potrebbe pensare che sia stata una forza aliena a creare tutto ciò e io non ho elementi inconfutabili per dire che costoro abbiano torto. Io sono personalmente convinto che il progettista sia Dio, ma questo discende da ragionamenti filosofici e teologici. Perciò quando uso l’espressione ‘designer’ non cerco di nascondere nulla. Provo solo a essere prudente”.

Lei e i suoi colleghi vi ostinate a parlare di scienza, ma finite sempre con l’etichetta di creazionisti. Come se lo spiega?
“Quando il dibattito sull’ID è arrivato al grande pubblico, la maggioranza non ne aveva mai sentito parlare, né sapeva granché della cellula o di cosa sia accaduto nel mondo scientifico negli ultimi vent’anni. Così i giornali, quando volevano parlare dell’argomento si affidavano a categorie che i lettori potessero riconoscere. Tutti sapevano cosa fosse il creazionismo che crede nella verità letterale rivelata dal Libro della Genesi. Per i reporter è stato semplice fare l’equazione, dal momento che c’era sempre Dio di mezzo. E hanno cominciato a parlare di riaffiorare del creazionismo. Secondo me, tutto ciò non ha niente a che vedere col creazionismo, che è una convizione che parte dalla Bibbia e successivamente si mette in cerca di prove capaci di supportarne il dettato. L’ID invece guarda a dati scientifici e per essi ricerca la migliore spiegazione possibile. Se studi il flagellum, hai la precisa impressione che sia stato progettato. Il fatto che tutto ciò sia congeniale a un discorso religioso è secondario. Tutto parte da prove scientifiche”.

Sta ancora lavorando sul flagellum? E’ ancora il suo migliore amico?
“Il flagellum funziona a meraviglia per spiegare l’ID: è un motore fuoribordo che il batterio utilizza per muoversi. E’ un rotore. All’inizio gli scienziati pensavano non fosse niente di complicato, come capita spesso in laboratorio. Poi si approfondisce e viene fuori che è tutto più complesso. Negli ultimi trent’anni gli scienziati hanno dimostrato che il batterio flagellum è una complicata macchina molecolare. E’ piccola, ma ha un motore, un’elica e ha la capacità di autocostruirsi. Perché qui non ci sono gli uomini ad assemblarlo, ma è la cellula che deve autoprodurre i suoi macchinari. Io l’ho scelto perché è molto chiaro nelle foto e negli schizzi e il pubblico ne afferra subito la natura meccanica”.

Su cosa sta lavorando ora?
“Su un nuovo libro nel quale provo a spingere più avanti l’idea di ID. In ‘Darwin Black Box’ ipotizzavo che alcuni elementi della cellula fossero progettati da un’intelligenza. Adesso pongo una domanda: se qualcosa nella cellula è progettato e qualcosa no, dove si situa il confine tra i due settori? Che sarebbe come chiedersi dove sia il confine tra ID e Darwin, nella cellula. Prendiamo l’esempio dell’automobile. Uno può chiedersi: quali parti di questa macchina sono progettate e quali sono nate per caso? Ad esempio, se c’è un graffio su una fiancata, quello è stato prodotto dal caso. Ma il motore non è stato assemblato dal caso. Lo stesso accade nella cellula: mutazioni sono possibili, incidenti genetici capitano e alcune parti della cellula possono essere il risultato di processi casuali e della selezione naturale. Ma altre parti sono il prodotto di un progetto”.

A quali conclusioni arriva nel suo libro?
“La conclusione è che la progettazione si spinge in profondità nella cellula. La cellula è quasi interamente progettata. Ma il design non va confinato semplicemente alla cellula. Non penso che tutto il resto arrivi dalla selezione naturale e dalle mutazioni casuali. Negli ultimi dieci anni, gli studiosi di genetica interessati a come un organismo si sviluppi, hanno scoperto nelle cellule delle reti di comunicazione genetica sofisticate e complesse, fatte ad hoc per distinguere quale tipo di organismo si debba sviluppare: mammiferi, pesci, vermi e via dicendo. Questi network si collocano ben oltre i procedimenti darwiniani. Per cui oggi mi sento di poter affermare che l’ID si spinga oltre la cellula, dentro il mondo di organismi più complicati. Senza che ci sia bisogno di arrivare a parlare delle sfumature tra diverse razze canine, ma molto, molto avanti”.

Che cosa vede nel futuro dell’ID?
“Nel prossimo futuro l’ID resterà oggetto di una controversia, perché contiene sfumature filosofiche che continueranno a preoccupare molte persone. Ma sono anche convinto che in un futuro più lontano l’ID diverrà un’idea dominante, analizzando in quale direzione puntano le prove scientifiche. Più ne sappiamo attorno alla cellula, più ne afferriamo la complessità e l’eleganza, più questo ci porta a pensare a un progetto. A me basta osservare quanto si è approfondita, la conoscenza della cellula negli ultimi dieci anni, ovvero da quando ho scritto ‘Darwin Black Box’. E il trend non dà segni di cedimento. A dispetto delle affermazioni di molti oppositori dell’ID, ancora non ci sono risposte alla domanda su come questi organismi possano essersi sviluppati sulla base della mutazione casuale e della selezione naturale”.

Quale sarebbe la scoperta decisiva?
“Non credo ci sarà la scoperta magica. Altrimenti il motore fuoribordo del flagellum già basterebbe, con la sua sofisticatezza. Credo piuttosto sia utile che questa materia sia discussa a lungo e che gli studenti non vengano istruiti a una teoria immutabile sull’argomento. Bisognerebbe lasciarli riflettere finché non diventeranno gli scienziati del futuro, spero assai meno dogmatici sull’evoluzione e sul darwinismo. Saranno loro a capire che il disegno intelligente spiega molto più della vita di quanto facciano queste teorie. Diamo tempo al tempo”

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Giuseppe Sermonti, dopo aver trascorso una mattinata con lui, non mi sembra il pericoloso estremista che ho sentito descrivere. Non mi pare il diavolo e neppure l’acqua santa. Piuttosto uno scienziato poco convinto della priorità assoluta proprio della sua materia, la scienza, nel mondo delle idee e del progredire. Docente di genetica ma noto oppositore dello scientismo, Sermonti a un certo punto della carriera di ricercatore è uscito dal seminato e ha cominciato a pronunciare una serie di eresie che l’hanno isolato, ridotto in minoranza, arrivando a sbarrargli l’accesso ai luoghi deputati del dibattito scientifico. Oggi è un ironico uomo di cultura che sostiene con tocco dolcemente borghese la fede nelle sue idee. Che si accentrano attorno alla convinzione che il mondo scientifico abbia finito per restare stregato da un’idea illusoria dell’evoluzione darwiniana, della quale non è nemico ma critico scettico, allorché applicata all’intero sistema della vita. Sermonti oggi è un’eccezione nello scenario scientifico italiano e non a caso è stato notato e contattato – per la pubblicazione negli Usa del suo “Dimenticare Darwin” – proprio dalla gente del Discovery Institute di Seattle, il centro studi che è il principale propugnatore della teoria dell’intelligent design. Presto, a Seattle, sentirò parlare di lui con una devozione che non è la norma qui da noi. E mi ritroverò a ragionare sull’insostituibilità dell’ascoltare di persona le ragioni di un uomo, laddove la forza delle sue posizioni, qualsiasi esse siano, abbiano il carattere della rispettabilità e il dono dell’intelligenza.

* * *

Sermonti, pensavo d’imbattermi in un rovente confronto d’idee a colpi di tesi e antitesi. Invece intolleranza e rabbia sembrano farla da padrone.
“E’ così. Il dibattito in questo momento è soprattutto sul dibattito. Si deve dibattere o no? Sono stato a Topeka nel Kansas, per partecipare a un confronto tra evoluzionisti e sosteniori dell’intelligent design. Il problema è stato che i darwinisti non si sono presentati, perché non accettano di considerare il disegno intelligente come teoria scientifica. Concedergli il diritto alla contrapposizione equivale a dar loro una patente di scientificità che è proprio quella che non intendono rilasciare”

Cosa ne deduce?
“Un gran timore. Perché oggi la teoria darwiniana è in crisi completa. Ormai si difende solo negando agli interlocutori d’intervenire e proporre teorie alternative. Mi fa pensare alla discussione che ha avuto luogo in Italia in occasione delle ultime elezioni politiche: non si discutevano gli oggetti tematici, ma il diritto di discutere. Un metadibattito”.

Il problema di fondo, alla fine, è che scienza e religione non vogliono mescolare i loro argomenti?
“Questo mi sembra più che altro un pretesto. In effetti l’intelligent design non nomina mai Dio e non vuole che si assumano atteggiamenti di ordine religioso. E’ una teoria che si contrappone a un’altra teoria, esclusivamente con argomenti scientifici. L’accusa che si sente costantemente rivolgere, invece, è quella di essere solo una mascheratura del creazionismo”

Lei come la vede?
“Io penso che l’intelligent design non abbia a che fare col creazionismo né con la teologia. Io non la considero neppure una teoria scientifica, bensì una posizione scientifica: l’intelligent design chiede che si apra la discussione. L’evoluzionismo invece vuole chiudere la discussione: ormai sappiamo tutto, tutto è deciso. Ci mancano solo dei particolari da accertare, ma non vogliamo rimettere in discussione quella conquista di civiltà che è l’evoluzione. In effetti invece l’evoluzione sta morendo, è tenuta in vita artificialmente”.

Lei professa il più completo scetticismo verso la teoria dell’evoluzione?
“Io sono innanzitutto scettico sulla definizione di evoluzione: non sappiamo bene di cosa parliamo, quando parliamo di evoluzione. Per evoluzione s’intende “progresso”, secondo alcuni. Secondo altri s’intende invece “adattamento” e adattamento e progresso sono due cose in contrasto tra loro: il progresso è sviluppo in una direzione, adattamento vuol dire restringere, specializzare. Altri ancora rinunciano a tutti e due i termini e dicono: l’evoluzione è il cambiamento. Non c’è neppure un accordo sulla definizione. Poi ci sono tre punti fondamentali nel meccanismo dell’evoluzione: la mutazione, la selezione e la ricombinazione, ovvero la sessualità. Tutti e tre questi punti sono inadatti a spiegare l’evoluzione come progresso. Perché la mutazione è un fenomeno casuale, e non è con la mutazione che si può costruire qualcosa di complesso. La selezione è un fenomeno puramente riduttivo: elimina, non inventa. E la sessualità tende a confondere, a mescolare, mentre l’origine della specie è piuttosto un fenomeno di separazione, di isolamento. Quindi i tre meccanismi postulati dagli evoluzionisti per spiegare questo meccanismo mal definito, sono tutti e tre crollati”

Per l’avvento di una teoria come quella dell’intelligent design, che propone un’alternativa senza trascinarla fino alle estreme conseguenze, lei prova reale interesse?
“La ritengo utile nel processo di revisione del ciclo dell’evoluzione e soprattutto mi pare che provochi un’apertura di respiro, un sollievo. Io non potevo più venire a Roma a parlare di queste cose, l’università di Roma mi era preclusa, perché ero fuori del dogma. Un atteggiamento insostenibile nei confronti di chi prova a contestarlo”

L’ambiente scientifico ufficiale oggi accusa i sostenitori dell’intelligent design di cercare solo visibilità e appeal popolare.
“E’ certamente una guerra tra sordi. Ma quel materialismo, quell’ateismo che c’è al fondo dell’evoluzionismo, stanno prendendo altre strade. Oggi non s’interessano più tanto della natura quanto dell’ingegneria genetica e della manipolazione. E’ questo il modo in cui lo scienziato dimostra di saper fare quello che sa fare Dio. Non più studiare una natura che non dà soddisfazione, troppo complicata e difficile da ricostruire con quel fattore-tempo di miliardi di anni. Meglio allora il laboratorio, dove si può dimostrare d’essere capaci di creare un topolino. Mettendo tutti a tacere: Iddio non è più bravo di me. La capacità faustiana”.

Oggi, come vede, nell’ambito della controversia, la posizione della chiesa?
“La chiesa dice: vi concediamo tutto, però l’uomo no. L’anima umana no. Benedetto XVI dichiara: evoluzione sì, ma non a caso. Non il caso sovrano sul tutto, ma un “disegno”, un principio. Cosa che naturalmente ha creato entusiasmo tra i fautori del disegno intelligente. Il papa vuole un disegno, anche se poi magari gli dà un altro nome, principio, senso, ordine. E in effetti la teoria dell’evoluzione, così com’è accettata, è una teoria senza disegno, affidata al puro caso. Un’offesa al buonsenso, all’intelligenza umana, e anche alla scienza. Perché ciò che è affidato al caso non è più competenza della scienza. La scienza cerca l’ordine, i principi, la ripetizione. Non il caso”

La sua posizione è dunque quella d’un incoraggiamento alla tolleranza nei confronti del pensiero altrui.
“La mia posizione è quella di accettare tutto il coro che viene da tante voci umane e di non praticare alcun genere di censura, che poi è il terribile riduzionismo esercitato dalla teoria dell’evoluzione. A me la teoria dell’evoluzione non interessa neanche molto. Mi interessa lo stile col quale si lavora nei laboratori e nei convegni. L’evoluzione oggi mi pare una religione di stato, mi fa pensare al lysenkismo russo: bisogna pensare così perché il soviet supremo lo ha deciso. Ci troviamo in un’amara condizione, dalla quale cerco di uscire in tutti i modi, col mio personale sacrificio. Dobbiamo liberarci”.

(le interviste sono di Stefano Pistolini)

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