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ALLA VITA INTERESSA VIVERE

Nullo ha cortesemente declinato l’invito ad essere parte attiva dell’esperimento che suggerivo nel penultimo capoverso del mio precedente pezzo.

Un problema di liberatorie credo……….

;-)

Fornisce però alcune precisazioni, che vi riporto.

"no, ho specificato interesse a non provare dolore/non morire, distinguendoli, proprio per prevenire l'obiezione che fai alla fine.

sul resto, non è vero che non è dimostrabile che un organismo prova dolore - o perlomeno è dimostrabile quanto tante altre proposizioni scientifiche.

sul fatto che la mucca sia una persona, intendiamoci: io distinguo tra agente morale e soggetto morale. io e te siamo sia agenti morali che soggetti morali, mentre la mucca è solo soggetto morale. il feto eventualmente sarebbe solo soggetto morale. ma essere soggetto morale è sufficiente ad essere persona perché è sufficiente ad avere interessi.

e se un organismo ha interessi, allora quegli interessi vanno rispettati, come nel caso tuo, mio, della mucca, ed eventualmente del feto

evidentemente, la mia tesi è che il feto, prima di un certo momento, non abbia interessi perché non si può dire del feto, fino ad un certo momento, che abbia interesse a non morire / non provare dolore"

Non voglio peccare di stupida pedanteria, ma la distinzione che lui dice di aver fatto a me è sfuggita, e sfuggirebbe ancora se dovessi giudicare dalle ultime parole delle sue precisazioni. Comunque, non intendo impiccare nessuno a delle imprecisioni terminologiche.

Revocherei in dubbio però il fatto che sarebbe dimostrabile, o meglio comprensibile, quando un organismo provi dolore. Il dolore umano non si limita a quello fisico, ed assicuro Nullo che quello dell’anima è assolutamente imperscrutabile da qualsivoglia strumento tecnico.


Vorrei perciò anche sorvolare sulla questione della persona “mucca”. L’argomento è ozioso, ed anche la distinzione tra mero soggetto morale ed agente morale è affatto incomprensibile ai fini di ciò di cui si discute. Non è il fatto di poter agire che ti fa persona. Il neonato non può farlo, così come per molti versi il vecchio, o l’uomo stesso in un’infinità di accidenti che non sono per niente rari nel corso di un’esistenza.

Il discorso rientra insomma nel concetto di “viabilità” da lui precedentemente illustrato, ma che pur giustamente ridotto all’essere o meno persona del “viabile”, rimane sempre argomentazione ridondante, superflua, irrilevante.

Assolutamente fuori luogo poi l’equiparazione tra mucche (o qualunque altro animale) ed esseri umani. Sono forme di vita del tutto diverse, pur presentando non poche caratteristiche comuni, le quali però non vanno oltre un certo modo di funzionamento biologico, fino ad un certo punto peraltro. Le differenze sono però abissali, e Nullo le può cogliere tutte provando a discutere con un bue del fatto che loro non contemplano l’assassinio dei loro discendenti prima che vengano fuori dai ventri delle loro madri. E già, non sempre l’umana superiorità è reclamata a ragione.

Gli unici a potersi fregiare e godere delle prerogative insite nel concetto di persona sono gli esseri umani. E questo perché sono gli unici ad essere in grado di sviluppare una cultura. Il diritto, e persona è concetto giuridico, è un prodotto culturale, non biologico. E frutto di evoluzione culturale, cosa che nessun animale potrà mai conoscere, sono i diritti umani che conseguono incondizionatamente al fatto di essere persona.

Con questo possiamo finalmente andare al sodo.

Appurato che persona può essere solo chi discende dall’unione di un uomo ed una donna, esiste un momento prima del quale a tale frutto possa essere disconosciuto quello status, e gli inviolabili diritti che ne conseguono?

Naturalmente no, per quanto mi riguarda. Nel momento stesso in cui quel frutto s’incarna, scatta il suo status di persona, ed immediatamente egli può opporre diritti assoluti, erga omnes, e li può opporre proprio a tutti, compresa la madre. Sono fatte salve ovviamente le discriminanti universali, lo stato di necessità (quello vero, non quello che certi giudici al Palazzaccio credono che sia) e la legittima difesa.

Nullo invece ritiene (in obbedienza, magari inconscia, ai dogmi progressisti) di dover introdurre il concetto di interesse a vivere per poter assicurare compiutamente al soggetto in questione il riconoscimento della dignità di persona, e le conseguenti inviolabili prerogative. Ed afferma inoltre che prima di un certo momento quell’interesse a vivere non appartiene al figlio dell’uomo e della donna.

Sarebbe troppo semplice contestargli l’apodittica arbitrarietà di una tale affermazione. Come fa Nullo a sapere che a quell’essere non interessa vivere? Da cosa lo deduce? Come può dimostrarlo?

Questo solo basterebbe a condannare all’oblio siffatta discriminazione.

Ma si può fare di più, molto di più. Si può dimostrare l’effettiva esistenza di quell’interesse a vivere, dando semplicemente uno sguardo alla pratica di tutti i millenni.

Alla vita interessa vivere, a qualsiasi forma di vita, per default, e sin dalla notte dei tempi, quando si manifestò per la prima volta la scintilla divina che fece superare alla materia ed all’energia lo stato inerte.

Sin dal primo momento in cui si manifesta, ogni azione vitale tende allo scopo di perpetuarsi, di sopravvivere. Non importa se virus o Albert Einstein, la vita non appena varcata la soglia del non essere tende a dispiegare quella che Nietzsche tentò di sintetizzare in una magnifica espressione: la volontà di potenza.

Immediatamente essa mette in atto tutti gli accorgimenti, le modalità ed i comportamenti adatti ad assicurarle la continuità della sua esistenza. E lo fa per istinto innato, non ha bisogno della consapevolezza (nel senso umano del termine) di quello che fa per realizzare il suo scopo principale, il suo scopo costitutivo potremmo dire.

L’essere umano non si distingue certo da ciò. Sin dal principio, quello che non è altro che un grumo di cellule (e che diventerà un uomo o una donna) agisce per continuare a vivere; prende nutrimento, trasforma la materia in energia per poi trasformarla di nuovo in materia, e cresce, le sue cellule si moltiplicano, si differenziano, seguendo una conoscenza innata, una strada già tracciata; e poi si sistema sempre meglio nell’ambiente del momento, si muove, si mette infine nella posizione più adatta per venir fuori, a quel punto comincia ad usare gli occhi, i polmoni, la bocca. E poi prosegue, secondo altre modalità, sempre quelle più adatte ad assicurare alla sua esistenza un momento in più.

Fino alla fine, fino a quel limite anch’esso insito nella vita stessa, al pari dell’interesse a vivere.

Pubblicato il 29/10/2007 alle 9.2 nella rubrica Articolati.

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