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NON SONO OCCHI FODERATI DI PROSCIUTTO - SONO OCCHI INIETTATI DI SANGUE

Alla fine del film Juno suggerisce: “Bisognerebbe innamorarsi prima di riprodursi”, ed è una frase fantastica. Bisognerebbe anche pensare prima di scrivere, cara Aspesi. Il suo tentativo di salvare dalla crociata contro l’aborto il film hollywoodiano che sta per invadere i nostri schermi dopo un clamoroso successo internazionale è destinato a un grottesco fallimento, e mi dispiace perché solo uno strano panico può indurre a un’impresa ideologica e giornalistica tanto disperata. La gente che ha letto il suo articolo infatti vedrà il film, ai primi di aprile. Vedrà una ragazzina con la sua lingua di strada e i suoi deliziosi capricci pieni di buonumore e di amore. La vedrà che resta incinta. Che decide di abortire. Che va verso l’ingresso di una clinica femminista per aborti. Vedrà che incontra una ragazzina bruttacchiona e sensibile, come bruttacchioni e sensibili siamo tutti noi pro life e pro family day, tutti noi che godiamo del suo accanito disprezzo antropologico, la quale le comunicherà bruscamente che il suo fagiolino ha già le unghie. Vedrà che nella clinica a Juno viene offerto un preservativo al lampone e un numeretto per mettersi in fila davanti alla stanza in cui avverrà il raschiamento, a proposito del nesso tra contraccezione e aborto. La vedrà fuggire dalla clinica denunciando un “odore da anticamera del dentista”. La vedrà decidere di non abortire, idest partorire il gamberetto ed essere libera dalle convenzioni che indicano la strada opposta. La vedrà cercare su un giornale coppie che intendono adottare bambini, spiritualmente aiutata da suo padre e dalla sua matrigna, mentre il suo maschietto inebetito da sport e vita se ne lava un po’ le manine. Il pubblico riderà e piangerà durante la sua gravidanza, i suoi giochi, la sua gestazione moderna del pisellino. Moderna nel senso di non veterofemminista, moderna nel senso che tutto è possibile, anche il rifiuto della maternità quando si sia incinte in un’età precoce, ma non è giusto sopprimere una vita umana. Almeno, non in un mondo che si dice civile e che giudica incivile il medioevo. Meglio la modernità sublime della ruota del convento medievale, meglio darlo in adozione dopo averlo fatto, il pesciolino. E alla fine del film c’è una donna con bambino, la madre adottiva, che se ne sta lì nel suo presepe contemporaneo; e Juno e il suo maschietto che suonano la chitarra e, quando sarà il momento, ne faranno un altro, di pesciolino. Contenti del fatto che il suo fratellino maggiore non è stato raschiato via e gettato in una discarica. Il tutto sembrerà al pubblico più ragionevole, più naturale, più salutare, più bello: per le donne e per i bambini. Un film è un film, non è un messaggio culturale. Ma se c’è, il messaggio, meglio saperlo leggere. E se è lieve, indiretto ma chiaro, non saperlo leggere, cara Aspesi, vuol dire avere gli occhi foderati di prosciutto. Vi era già successo, a voi di Repubblica, con il film rumeno premiato a Cannes. Era un film che denunciava gli orrori dell’aborto clandestino sotto Ceausescu, ma denunciava anche l’aborto, facendo vedere un bambino nella pancia della madre, quel bambino poi abortito, per lunghi eterni istanti. Ne eravate scossi, e avete fatto finta di niente. Anche per un miliardo di aborti in trent’anni avete fatto finta di niente. E ora provate sacro orrore per noi che vi diciamo: tutto si può fare, nel tempo in cui si è liberi di scegliere, tranne uccidere i bambini nel seno delle loro madri. Un punto del nostro programma dice: date in adozione i bambini, siate libere di non abortire. Juno c’est nous.

Giuliano Ferrara


LA   VERSIONE   DI   ANDREA

Una domanda.
Una domanda sola a Natalia Aspesi, che intima da par suo sulle colonne di Repubblica di tener giù le mani da “Juno”, il piccolo film fenomeno che non è un manifesto anti aborto. Anzi.

E dove, come spiega lei benissimo, una quasi bambina irriflessiva e istintiva, generosa e infantile, rimasta incinta, decide, lei, cosa fare del proprio corpo. Lei, e solo lei.

E dove non si parla mai di difesa della vita, non ci sono vescovi o predicatori o profittatori politici che evochino l’assassinio, dove il feto non è un personaggio, se mai un fagiolo, e in nessun passaggio del film si avverte il peso del moralismo o del senso di colpa, e non c’è nessuno che giudichi o minacci o consigli o imponga.

 Una domanda sincera, a Natalia Aspesi, da parte di chi ancora non ha visto il film perché non sa l’inglese rimanendo colpito, però, dalla passione con cui la nostra migliore critica del costume ha osservato il racconto sulla vicenda di un’adolescente, proposto al pubblico senza nessuna concessione anti abortista e senza deprecazioni sociologiche e morali: ma il film finisce che il bambino muore?

Pubblicato il 7/3/2008 alle 20.28 nella rubrica Articolati.

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